Malacqua

Malacqua

“È forse l’attesa, sempre, un’attesa di morte?” Pensieri come questo avevano accompagnato Andreoli Carlo per tutto il giorno, anche al lavoro nel “silenzio profondo della scrivania” al giornale, come un disagio indefinito. Ore 7.00 del mattino del 23 ottobre, il giorno dopo. La pioggia ha cominciato a cadere con raffiche violente nel cuore della notte e adesso al telefono del 113 della Questura qualcuno, mangiandosi le parole con voce concitata, dice che “è crollata la strada, sprofondata del tutto, c’è della gente dentro, sono state inghiottite le auto”. Quando arrivano i vigili del fuoco in via Aniello Falcone appare subito chiaro che la situazione è assai grave, che la voragine interessa l’intera sede stradale compreso il marciapiede, a pochi metri da un vecchio stabile del dopoguerra. Occorre sgomberare, ma i condomini non ne hanno alcuna intenzione, “ed io dove vado a dormire stanotte?, in albergo?, ed a spese di chi?, del Comune di Napoli?”. Poco dopo, nell’adiacente via Tasso un altro crollo terribile, al civico 234, cinque persone uccise nel sonno. Ma è solo “al secondo giorno che ci si rese conto”. La pioggia continua a cadere su Napoli, incessante, con fili continui dal cielo e un senso di attesa sfibrante e progressiva ha cominciato ad impadronirsi di tutti. “Ecco, questa lenta interminabile pioggia aveva mutato la prospettiva delle cose: la tua esistenza non sarebbe stata più uguale, mai più, perché adesso la vita emergente era condizionata dall’acqua che scendeva”. Il povero vecchio San Gennaro “stavolta da solo non ce l’avrebbe fatta”, i fossati del Maschio Angioino non appaiono più difesa ma impercettibile e angoscioso assedio. “Il silenzio soltanto che s’avviluppava col silenzio e con lo scroscio variato dell’acqua che scendeva”. Ed ecco, in quel silenzio e in quell’attesa “sfibrante come agonia d’animale, viva e densa come sangue che esca interminabilmente”, dai merli del Castello un urlo, un rantolo, “ed un sospiro lungo, e singulti, e parole smozzicate, e voci e voci che volevano dire, che volevano uscire, forse, e non potevano, non potevano, e quest’eco soltanto giungeva sulle strada” e raggiunge più volte la popolazione che non capisce, si interroga, sotto la pioggia che continua a cadere. Da dove arriva quel “gemito rombante”, quel “boato lamentevole” così inquietante? Cosa sono le misteriose bambole dai capelli neri e i vestiti fiorati rinvenute sui luoghi dei crolli e tra gli scranni dell’aula consiliare del Maschio Angioino? Per quanto ancora continuerà a piovere sulla “città dolente”? E cosa seguirà a questi oscuri presagi?

Malacqua è il romanzo d’esordio di Nicola Pugliese (1944-2012) milanese di nascita ma napoletano per tutta la vita, giornalista figlio di giornalista (una carriera alternativa ad altri desideri legati al mare e al teatro), fratello del regista Armando, pittore per hobby, autore di canzoni e di anche di una raccolta di racconti pubblicata nel 2008. Questo romanzo ha una strana storia. Pubblicato nel 1976 da Einaudi, aveva riscosso l’entusiasmo di Italo Calvino (“sembra di cogliere l’essenza stessa del raccontare”, “ha un senso e una forza e una comunicativa”), il quale però aveva suggerito delle modiche all’autore, ricevendone come risposta: “Con tutto il rispetto, o pubblicate il libro così com’è o niente”. Malacqua era stata pubblicato così com’era. Per oltre trent’anni poi non è più stato ristampato e ha girato in costose fotocopie e in pochissime ambitissime copie tra i bibliofili. “Non ho mai pensato di essere un romanziere. Malacqua mi venne giù proprio come la pioggia interminabile su Napoli che ho raccontato”. Nella stanzetta della redazione spettacoli nella quale lavorava malvolentieri (ha raccontato in una intervista che si “stufava” a fare il giornalista) in quarantacinque giorni – anzi notti – Pugliese scrive questo racconto che si svolge nell’arco di tre giorni, dal 23 al 26 ottobre, durante i quali una pioggia incessante cade fitta su Napoli e non soltanto causa crolli e frane ma suscita presagi oscuri ed eventi anomali che si intrecciano a riflessioni più o meno amare e dolenti sull’esistenza, la quotidianità, la vita dei personaggi di questa storia corale, rievocando anche uno strano episodio accaduto il 5 agosto precedente quando il mare si era spinto oltre la riva a cercare nei vicoli i ragazzi che la polizia aveva tenuto lontani dalla spiaggia. Ancora acqua, ancora le strade della città. Crolli e frane non sono mai stati una novità, purtroppo, per Napoli e Pugliese infatti si ispira a vari episodi e soprattutto ad un crollo avvenuto nel 1969 proprio in via Aniello Falcone, dove si verifica la prima emergenza del romanzo. Anche la pioggia, in questa città, sembra avere caratteristiche tutte sue, “ La conoscevano bene, loro, la pioggia di Napoli, che non cade mai e quasi mai, ma quando cade poi non la smette più”. Ma tanti autori hanno parlato di queste caratteristiche di Napoli; cosa rende, allora, Malacqua un romanzo assolutamente anomalo, intenso, affascinante? Accade che il contenuto sia assolutamente rispecchiato, riprodotto, evocato dalla scrittura che è tesa, ora angosciante ora lirica, a tratti così serrata da eliminare elementi “superflui” come gli articoli, sincopata, in uno stile che non lascia tregua, capace di comunicare ansia con la forma prima che con il significato delle parole. La pioggia che paralizza e immobilizza Napoli è una metafora dell’essenza stessa della città, ferma, rassegnata, stanca, arresa - anche se il finale, poi, pare aprire alla speranza, proprio come il raggio di sole che finalmente il giorno dopo forse spunterà dalla nuvole. Una stasi che crea ansia, un ossimoro quasi. E poi c’è la Napoli grigia e misteriosa, aspetto fantastico e dark di questa città sfaccettata come poche, che domina nella narrazione e fa ancora più alta la tensione narrativa intrecciandosi a visioni, premonizioni, suggestioni, elementi da horror puro come le bambole parlanti. La maniera migliore per leggere Malacqua è abbandonarsi a questa lingua evocativa, farsi trascinare dal ritmo ipnotico della pioggia che continua a cadere e delle parole che si susseguono sfidando la punteggiatura. Malinconico, ombroso e scostante quanto raffinatissima penna, Pugliese non autorizzò la ripubblicazione del romanzo ma lasciò a suo fratello disposizioni per affidarlo a Pironti dopo la sua morte; l’editore, l’anno successivo, dopo oltre trent’anni, nel 2013 lo fa uscire in nuova edizione. Probabilmente pesò sulla decisione dell’autore la freddezza che il romanzo incontrò presso i colleghi; chi lo ha ben conosciuto ha riportato alcuni suoi pensieri, “L’affermazione dei libri è quasi sempre inversamente proporzionale al loro valore, non si spiegherebbe altrimenti il successo di autentici polpettoni”. Diceva anche di non essersi sentito ferito “perché così dovevano andare le cose e il tempo magico è corso via”. E tuttavia Pugliese dagli anni ’80 scelse una vita ritirata trascorsa per lo più a giocare a tressette con gli amici al tavolino di un bar in una piazza di Avella. Nel 2010 è uscito un saggio a cura di Giuseppe Pesce su questo che viene definito “un piccolo capolavoro del secondo Novecento”, e nel 2017 Malacqua è stato pubblicato in Inghilterra dove è stato inserito tra i libri dell’anno e dal “Wall Street Journal” si è meritato questo giudizio “Un prodotto di immaginazione lirica, caustica e fantastica di una Napoli assediata da un diluvio biblico”. Chissà se, ovunque sia adesso, Nicola Pugliese è finalmente contento e soddisfatto del suo piccolo capolavoro surreale, una lettura che merita di essere considerata da chi cerca qualcosa di davvero diverso, senza scomodare, come si è fatto da più parti, Marquez, Kafka, Saramago. Malacqua non ne ha bisogno.



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