Malamore

Malamore
Donne di successo e comuni lavoratrici, artiste del secolo scorso e personaggi storici, protagoniste di film e cartoni animati, straniere e italiane, giovani e vecchie. Sono donne che amano tanto, troppo, che sopportano dolore, abbandono, sopruso e violenza, perchè tanto loro ci riescono, la loro schiena è forte abbastanza da caricarsi qualunque fardello. La sciocca presunzione di tutte le donne. Come la rateta, la topina tanto sicura di sé stessa da essere convinta di poter cambiare i gatti in topi, assoggettandone uno con la forza dell'amore :“Sarò la prima topina a domare un gatto, aspettate e vedrete: con me diventerà un altro, ne farò un gatto che mangia verdura. Si sposano. Un minuto dopo le nozze il gatto le si avvicina, voi direste per baciarla. E invece… La mangia, naturalmente”. Neanche tutto l'amore del mondo fa diventare un gatto vegetariano, neanche una topina presuntuosa. È forse un po' presuntuosa, incoscientemente presuntuosa, anche Elena, ragazza madre abbandonata dal padre di sua figlia, padre a sua volta in un'altra famiglia, da poco fidanzata ma già sottoposta alle vessazioni di un compagno che costantemente a forza di schiaffi le rinfaccia quanto sia pesante stare con lei e la sua “figlia bastarda”; ma è un momento, ora lo supererà, lei tanto sopporta, continua a sopportare, nonostante i malori, i lividi, le crisi di panico, sopporta. Tanto ce la farà. Ha già sopportato tanto la povera Dalia, a soli ventitrè anni ha sopportato quello che neanche in una vita intera sarebbe giusto sopportare; portata via a dodici anni dalla sua famiglia, costretta a prostituirsi, privata della sua identità, della sua persona. Da bambina le dicevano che era una regina, che un re sarebbe arrivato presto a prenderla a portarla via; ora lo sa, Dalia, che un re non verrà mai. Sopporta anche Franca, operaia costretta già una volta ad abortire che, incinta una seconda volta a trentasei anni questo figlio lo vuole, nonostante la possibilità ben poco remota di perdere il lavoro, nonostante un marito disoccupato mantenuto economicamente da lei e dalla sua fatica. Storie di ordinario sopruso in un'Italia in cui la parità dei sessi sembra essere ancora un'utopia. Dora invece, è bellissima, e talentuosa. Ma è Dora Maar, la compagna di Picasso, la donna del grande pittore, la sua ombra. In un immaginaria intervista a dieci anni dalla sua morte Dora racconta dei suoi continui abbandoni e tradimenti, dell'amore malato che la legava a lui, annientandola e riducendola a un'immagine sfocata di sé stessa, al puro e semplice oggetto dei suoi ritratti: “Ho migliaia di ritratti fatti da lui. Nessuno è Dora Maar. Sono tutti Picasso”. E ancora la donna ministro, in gamba, di successo, ricercata per incarichi di alto livello, che si invaghisce del giovane collaboratore, avvenente, galante, affettuoso. Sembra una bella storia, una relazione intensa. E invece il giovane si allontana, sempre di più, la rifiuta, la sbeffeggia; e anche lei sopporta, anche lei comprende...
Queste e altre ancora le protagoniste di Malamore, “donne spezzate” del ventunesimo secolo, alle prese con una violenza quotidiana, fisica e morale. Gli episodi sono tanti, diversi e simili nel contempo; Concita De Gregorio prende pezzi di vite vissute e li cuce insieme, rabberciandoli, adattandoli. Non è certo un saggio qualunque, con un inizio e una fine definiti, una tesa portata avanti e sostenuta; sono testimonianze riportate per poi essere lasciate volutamente in sospeso, perchè chi legga ci pensi su, le rielabori. Colpiscono più di qualsiasi discorsone o elaborazione teorica, questo è certo.
Tante, tante storie, e una domanda: come mai queste “figlie delle rivoluzioni sociali, delle manager e delle capitane d'impresa”, come mai “queste trentenni […] quarantenni che hanno studiato all'estero, che sono cresciute libere, che potrebbero aspirare a fare l'astronauta e non la moglie” sono disposte a sopportare così tanto ? In tutto il libro si cerca di dare risposta a questo quesito, ma le ragioni sembrano sempre insufficienti e poco chiare; una sola certezza, che la violenza è nascosta nel quotidiano, assume diverse facce, si nasconde nella routine. Per questo ci si convince che sia lontana, che non ci riguardi. E invece eccola la realtà:in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne hanno subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale. Le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro, degli incidenti stradali. Ma nel saggio della De Gregorio non si parla solo di violenza domestica, né di violenza fisica in senso stretto. Violenza è anche tarpare le ali a una donna soltanto per il fatto di non essere uomo, impedirne la realizzazione personale o, se già avvenuta, ostacolarne il seguito. E a dircelo non è certo una che ha vissuto nella bambagia aspettando che qualche fortuna le piovesse addosso, ma l'attuale direttrice de l'Unità, giornalista da più di vent'anni, nonché moglie e madre di quattro figli, una che si alza alle sei e mezza per fare tutto e non ha neanche una donna che l'aiuti a fare i lavori, una che pensa che in fondo sia giusto così perchè fare tante cose insieme è stimolante. A Concita De Gregorio il merito di aver saputo raccontare quello che tante donne non hanno il coraggio di buttare fuori e di averlo fatto con intensità, l'intensità di chi è capace di arrivare, scrivendo, dritto all'anima di chi legge, uomini o donne che siano.

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