Malinteso a Mosca

Malinteso a Mosca
1966. André e Nicole, affiatata coppia francese sulla sessantina, fanno un viaggio a Mosca. O meglio vi ritornano. Sono passati tre anni dal precedente viaggio e la meta è la stessa: far visita a Maša, figlia di André, nata da precedenti nozze. L’occasione è buona per visitare anche la città e annusarne i venti di cambiamento. I primi giorni trascorrono serenamente e Nicole nutre una affettuosa simpatia per la ragazza. Poi però, mentre André appare incuriosito da tutto ciò che lo circonda e si intrattiene con la giovane e si accende in dibattiti e si appassiona della situazione socio-politica della Russia, Nicole comincia ad avvertire una crescente sensazione di noia, cui si intreccia anche una sottile, silente competizione con Maša. E così, quando il marito comunica a Nicole che  - “come avevano deciso insieme” – prolungheranno la loro permanenza per qualche settimana, la donna, che – dice – con André non ha mai parlato di questo, rimprovera il marito di aver trascurato il suo parere e averle imposto la decisione, come se lei non ci fosse. Ne scaturisce una incomprensione. Quello che sembrerebbe però un semplice malinteso diventa tuttavia per la coppia, in modo apparentemente inspiegabile e tuttavia crescente, una incomunicabilità che sembra investire non solo il momento presente ma progressivamente portare ad una rilettura dell’intera vita passata insieme:  come se  l’intesa raggiunta negli anni apparisse ora – in questo evento “rivelatore” - solo un miraggio, come se fra i due nessuna intima vicinanza ci fosse mai stata realmente ma fossero entrambi vissuti solo con l’illusione di essa, in un amore che si credeva, illusoriamente, ricambiato…
Malinteso a Mosca è condotto da Simone de Beauvoir con magistrale bravura. Non solo perché, in modo degno della migliore tradizione narrativa francese, la scrittrice riesce sin da subito a caratterizzare psicologicamente con vivezza i personaggi facendoli agire nel loro vissuto (e questo rende il ritmo narrativo sempre sostenuto non senza sottigliezza di notazioni) ma anche perché magistrale è la capacità della De Beauvoir di dare forma alla genesi e al crescendo di una incomprensione e di un conflitto, di entrare nell’animo dei protagonisti della coppia facendo emergere, attraverso la doppia focalizzazione, le ragioni di entrambi (interessante la dialettica femminile-maschile) ma nel contempo tuttavia la contrapposizione di questi due mondi che, almeno temporaneamente, non si comprendono, con una incomunicabilità che a tratti appare totale. Un aspetto sottile si interseca peraltro a questa conflittualità. Questa crisi di relazione, se non nasce, certo passa attraverso la crisi del singolo (la figura femminile di Nicole in primis, in un delicato passaggio anagrafico della sua vita, ma anche quella di André): piccole (o grandi) non-accettazioni di sé intrecciandosi al timore della perdita di amore da parte dell’altro  e di attrattività ai suoi occhi investono e ridisegnano la relazione e rischiano di travolgerla come una valanga. Malinteso a Mosca, senza rinunciare ad una grande snellezza narrativa, è un gioiellino di acuta finezza psicologica.

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