Manca sempre una piccola cosa

Manca sempre una piccola cosa
Giorgio studia Medicina. Come la Madre e il padre (il Professore) di certo avrebbero voluto. Entrambi medici di fama in una Torino bene, angolo nobile del triangolo industriale nord-italico. Nella primavera del ’78, mentre cortei di studenti prendono forma spontanea alla notizia dell’uccisione di Moro, Giorgio Aguirre realizza che il medico, lui, non lo potrà mai fare. Primo: durante un’autopsia del professore di Anatomia patologica se ne era dovuto uscire dalle sala settoria con lo stomaco contratto e la mente vuota. Secondo: aveva scoperto di avere una specie di dono. La lezione di Radiologia di quel giorno aveva solo riacceso un ricordo, una sensazione, un’attrazione che lo aveva colto fin da bambino di fronte alle radiografie che esaminava il padre nella penombra del suo studio. Sfumature di un universo segreto che si erano depositate al sicuro in una piega nascosta della sua memoria, quasi attendessero il momento giusto per tornarsene fuori e fargli capire che il suo futuro era legato a quel mondo di ombre. Ombre e sfumature dei bianchi e dei neri in cui lui, lui solo, è in grado di vedere, con crudele esattezza, crepe infinitesime, impercettibili allo sguardo. Siano radiografie umane o radiografie industriali (è questa la strada che prenderà), di lamiere per le fiancate di auto, elicotteri, aerei, oleodotti, petroliere, Giorgio percepisce, non solo vede, ma propriamente sente, la presenza di questi piccoli difetti, i loci minoris resistentiae, il punctum dolens della materia. Il primo a rendersi conto di questa specie di occhio assoluto è il Rospo, un tecnico solitario, magro e lunare, responsabile del controllo radiologico di tutta la catena di produzione, un tipo strano, “che sapeva di poesia e di filosofia”. È un rapporto magnetico quello che nasce tra i due, fatto di partite a subbuteo, di silenzi, di discorsi iniziati e sospesi, ma di profonda e reciproca gratitudine, profondo e reciproco affetto. Il Rospo fa di Giorgio il suo discepolo, il suo successore, proprio perché consapevole, in forza di quel dono, che il discepolo supererà il maestro. E per questo bisogna fargli comprendere cosa sia davvero il Mestiere, con la M maiuscola: “il nostro mestiere è indagare. Noi cerchiamo i misteri delle cose, il mistero. Proprio da lì, dai difetti, dalle Ombre, si deve passare per non restare bestie. Il Mestiere è l’Opera al Nero, quella degli alchimisti. E noi dobbiamo cercare le Ombre”. Il rospo viveva così, giorno e notte alla ricerca di un’ombra che fosse l’Ombra, di un’incrinatura che gli mostrasse il senso delle cose. Giorgio se ne andrà da Torino, lontano dalle invidie e dagli sguardi di sospetto dei colleghi, in Belgio, in Alaska, ma anche lì non sarà molto diverso. Sarà il Rospo a riportarlo a casa, a inchiodarlo ancora una volta al suo dono. Ma anche a portarne a compimento l’inattesa rinascita, un’inaspettata purificazione...
È un romanzo di formazione quest’ultimo lavoro dello psicanalista-scrittore Alessandro Defilippi, in questo molto diverso rispetto ai suoi precedenti letterari e non solo (nel 2002, da buon junghiano, ha collaborato alla sceneggiatura di "Prendimi l’anima" di Roberto Faenza, film che racconta la storia di Sabina Spielrein, che fu appunto paziente e amante di Jung). È un romanzo di formazione, iniziazione ed educazione al vedere. È il più classico dei percorsi eroici, da Ulisse in giù, un vagabondare alla scopo di rimandare un ritorno, di riappropriarsi di qualcosa che pure era sempre stato lì, a portata di mano, a portata di sguardo. Ma occorreva un viaggio di liberazione. E la liberazione del protagonista è proprio quella dal suo dono, dal suo sguardo, dal suo cogliere in ogni cosa, in ogni persona, sempre e solo quei piccoli dettagli mancanti, i difetti, la mortalità. Non poter vedere che quello: il punctum dolens della materia, e dell’anima, in continua attesa di un un’incrinatura e di un crollo definitivi. È un percorso di educazione sentimentale, all’affetto, all’amore. Affetto per un padre non di natura ma di sentimento come sarà il Rospo, anche oltre la morte. Amore per una donna, fino al perdono, per la vita che si concentra in lei e per il percorso che l’ha condotto a lei, anch’esso vita. Fino al compimento dell’Opera al Nero, all’intuizione fluida dell’ombra di Dio. Un romanzo denso di immagini, di atmosfere, di dialoghi che si mischiano con la narrazione senza nessun segno di interpunzione visibile, in una materia unica e densa di rimandi, di citazioni straordinarie che vanno da Borges a Fossati, da Pessoa a Springsteen. Un romanzo di quelli che, arrivati in fondo, è meglio comunque tenersi a portata di mano. Si sa già che verrà la voglia di rileggerlo.

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