Mancarsi

Mancarsi

Un bel giorno Irene, giovane, bella, sfiora la mano di suo marito mentre sono seduti a tavola. Le capita di alzare lo sguardo all’orologio, e così di sapere esattamente qual è il momento preciso in cui ha capito di non amarlo più. Nicola ha quarant’anni e da poco ha perduto sua moglie in un incidente in bicicletta, banale come può esserlo talvolta la morte. Da qualche tempo le cose non andavano più bene tra loro, “non funzionavano più” come si dice di solito. D’altra parte lui aveva scoperto all’improvviso che lei non aveva alcuna intenzione di avere un figlio, Nicola invece lo desiderava tanto. Che strano non averne mai parlato prima di una cosa  così importante. La reazione di sua moglie alla sua richiesta lo aveva sorpreso, poi irritato, poi deluso e intristito. Forse era cominciata da lì, o forse quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare un vaso della cui esistenza Nicola non era ancora consapevole. Poi lei è morta e lui ha scoperto di non vergognarsi del desiderio di tornare a vivere dopo aver finto di farlo per anni, intrappolato in un matrimonio evidentemente infelice.  Nicola e Irene hanno molte cose in comune – soprattutto la voglia di crederci ancora – e un solo punto di contatto: il bistrot che frequentano da sempre, prima con i rispettivi partner e poi da soli. Anzi, per la precisione, hanno anche lo stesso tavolo preferito, proprio sotto quel poster di Buster Keaton. Sarebbero perfetti quei due insieme, probabilmente – ché con l’amore non si può mai dire – troverebbero l’una nell’altro quello che ora sono certi di volere in un compagno. Ma hanno abitudini e orari diversi. Riusciranno a trovarsi tra le pieghe impreviste del caso e a guardarsi negli occhi per una frazione di minuto? Forse così si riconoscerebbero in un istante...

Abbandonato momentaneamente il suo personaggio di successo Vincenzo Malinconico, Diego De Silva torna con la piccola storia intimista di due vite parallele destinate a non incontrarsi mai, o forse no. In realtà parlare di storia non è propriamente corretto perché in questo brevissimo romanzo mancano decisamente trama e intreccio e appaiono solo tratteggiati i due protagonisti, poco definiti in maniera voluta perché, in fondo, modelli diffusi di uomini e donne comuni feriti da una esperienza d’amore, a causa di un lutto reale o figurato (la “morte” dell’amore). La scelta più dolorosa, quella in cui molti si rifugiano – sembra dirci l’autore – è quella di trascinarsi nelle situazioni senza rendersi conto di soffocare se stessi, i propri desideri reali in storie (matrimoniali più che altro) che ingabbiano e frustrano, tra troppe cose taciute e omesse, logorando lentamente alla fine il sentimento, magari sincero, che ne era stato alla base. Ci troviamo in presenza di una narrazione frammentata che intreccia il corso dei pensieri e il sentire di Irene e Nicola per evidenziarne piano piano i punti di contatto e si arricchisce di tanto in tanto di belle frasi, se non ad effetto certo suggestive, che ruotano intorno a quella epigrafica di Franz Werfel: “ L’unico vero possesso dell’uomo è nelle cose che ha perduto”. La frase completa il titolo – questo sì, bello! – Mancarsi, che si interpreta tanto nel senso di “non esserci”, ovvero quello che accade quando le storie si trascinano senza che si sia importanti l’uno per l’altra, ma anche nel senso di “bisogno di qualcosa”, di un sentimento profondo e complice che colmi un vuoto, e ancora nel senso di “non riuscire a trovarsi”, sfiorandosi di continuo intorno a quell’esile contatto che è il bistrot. Il fatto è che l’emergere di pensieri, desideri, deliri, ansie, attese che dovrebbero continuare ad illustrare la bella intuizione del titolo risulta, a tratti, una ripetizione noiosa e inutile. Per giunta i periodi lunghi, spezzati spesso da incidentali tra parentesi, rendono a volte la narrazione poco scorrevole, benché indubbiamente elegante. I personaggi, ovvero l’unico elemento sostanziale dei romanzo, finiscono per non risultare neppure simpatici, non suscitano interesse e quindi non ci si affeziona (al personaggio femminile assai meno che al maschile). Ad una presentazione di Mancarsi, De Silva ha detto di essere “più interessato alle situazioni che alle storie in quanto tali”. Bene, qui la storia è evanescente e sfiorata ma anche le situazioni restano in superficie; rimangono soltanto delle riflessioni – frammentate come  pensieri confusi – sull’amore e sulla mancanza d’amore, alcune bellissime altre scontate:” Le cose importanti non si possono né isolare né unire.[…] Per dire la loro devono confondersi”, “ Il dolore e la felicità sono fatte soprattutto di cianfrusaglie, paccottiglia, ingombri da soffitta di cui non riusciamo a disfarci anche quando abbiamo smesso definitivamente di usarli ed escludendo che ci possano tornare utili”. Chi frequenta “intensamente” i libri sa che funziona come con le persone: con certi è colpo di fulmine, di certi ti innamori lentamente, con certi altri non ti prendi in nessun modo, di altri ancora ti colpisce subito qualcosa ma poi ti deludono profondamente. Mancarsi, purtroppo, appartiene a quest'ultima categoria.



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