Mandami tanta vita

Mandami tanta vita
Il ragazzo Piero è brillante, bruciante di intelligenza, ha fondato una rivistina universitaria e si sveglia all’alba per discutere Kant insieme a un piccolo gruppo di amici: un manipolo di studenti di legge che – un po’ per il gusto dell’esplorazione culturale, un po’ per l’irrefrenabile insolenza dell’età – sconfinano alla facoltà di lettere per provocare, nel clima tetro e cupo dell’Italia fascista, soporiferi professori di letteratura ignari di quella che sarà la contestazione studentesca che si abbatterà, oltre quarant’anni dopo, sulle teste dei loro successori. Ma Piero, in questa Torino fredda e agghiacciata dai raid delle squadracce fasciste, con i suoi occhialini tondi sul naso e il corpo magro e fragile è – senza saperlo – l’antesignano dei giovani che verranno – quelli che decideranno di scendere in piazza, quelli che useranno le parole e i pensieri – scritti e urlati – per rovesciare i regimi, livellare le differenze, affermare i loro diritti e il loro posto nel mondo. Poi c’è Moraldo, parecchio spostato sulle retrovie, che guarda un po’ con fastidio e un po’ con ammirazione questi suoi coetanei tanto promettenti e arguti. Lui, che invece il proprio posto nel mondo ancora non ce l’ha e non sa dove cercarlo. Forse se entrasse nel vortice di quel gruppo di giovani intellettuali, se si dedicasse anche lui alla scrittura, alla critica letteraria, annullerebbe questa strana inerzia, questo senso di inadeguatezza che lo blocca. Ma entrare in contatto con il giovane editore, nonostante la prossimità cittadina e universitaria, sembra impossibile. Moraldo scrive a Piero una lettera che non avrà mai risposta. Intanto le vite dei due giovani uomini procedono e sarà il destino, in un’altra città, in un’altra nazione, a metterli l’uno accanto all’altro perché si possano a malapena sfiorare…
Cos’è il talento, quella sorta di stato di grazia che ti fa curioso del mondo, ti accende i pensieri e mai placa la tua voglia di conoscenza? E perché alcune persone trovano subito la loro strada e si buttano a capofitto dentro i giorni bruciando la vita, mentre altre cincischiano il loro tempo alimentando malinconiche inoperosità? Paolo Di Paolo indaga attorno a queste domande, impreziosendo l’indagine con l’inserimento di un elemento ulteriore: l’ineluttabilità del caso, l’irridere beffardo della sorte. Ma dentro Mandami tanta vita c’è ancora molto di più. Il personaggio di Piero, dichiaratamente ispirato a Piero Gobetti, risulta estremamente moderno; numerosi sono i momenti in cui la vicenda – seppure ambientata negli anni venti del novecento – combacia dolorosamente con la nostra contemporaneità: l’inettitudine della classe politica, il fermento sociale che parte dal basso, l’idea di una crisi che “c’è sempre stata” e il progetto forte di non farsi abbattere, di trovare soluzioni. Tutti questi sono – come accade con la vera letteratura – non solo elementi narrativi costruiti ad arte per contestualizzare la vicenda in una precisa epoca storica, ma anche il “pretesto” per parlare dell’oggi, per far vibrare le pagine con quello che Orwell chiamava “impulso storico”. Le parole sono pietre, anche quelle di un giovane studente magro, forte solo della sua indipendenza; anche se quelle parole dovettero essere scritte e pubblicate fuori dall’Italia, a Parigi, dove Gobetti fu costretto all’esilio dai fascisti, dove morì giovanissimo lasciando la moglie Ada e il figlioletto appena nato. Ma quelle parole ci scuotono ancora, come – alla fine del romanzo -  sconvolgono l’inerzia di Moraldo, che forse somiglia alla maggior parte di noi molto più di quanto ci somigli la coraggiosa passione di Piero. Paolo Di Paolo, che seguiamo con attenzione fin dai suoi esordi, ha scritto con Mandami tanta vita il suo romanzo migliore.

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