Mani Pulite

Mani Pulite
Vent’anni dopo l’inchiesta “Mani pulite” abbiamo ancora le mani sporche. Che a dire acqua passata si fa sempre presto quando l’acqua è pulita, visto che le mani l’hanno accuratamente evitata. L'Italia da questi vent’anni ne esce abbastanza male: una terra dell'illegalità permanente. Tutto comincia, come nelle migliori narrazioni anche se qui siamo allo specchio del reale, da Milano: 17 febbraio 1992 - arresto di Mario Chiesa (presidente del Pio Albergo Trivulzio) - primo “tangentomane” che, a due mesi dalle elezioni, infila accuratamente la pulce nell’orecchio dei magistrati. E saranno infatti uno tsunami le elezioni delMani Pulite 1992, che saranno stravinte dal partito più grande d’Italia, anche ai nostri giorni: quello degli astenuti (17,4 per cento) ma, cosa storicamente più importante, e oggi alle porte della sua fine lo sappiamo bene, dalla Lega nord dello scissionista Umberto Bossi. Cosa succede, dunque, dopo Mario Chiesa? Semplice … ma tristissimo: la Prima Repubblica va in galera, e dalla galera si farà sentire. Falcone e Borsellino, oggi mitizzati ma all’epoca lasciati soli da molti, sono trucidati a Palermo: salta un intero pezzo si autostrada siciliana, ed è difficile non intravedere dietro le quinte una collaborazione tra Stato ed anti–Stato. Nel 1993, a un anno dall’inizio di Mani Pulite, si arriva presto alla fine (della moralità): la corruzione è  un fatto nazionale, e nessun partito è davvero escluso (70 procure al lavoro, 12.000 persone coinvolte per fatti di tangenti, circa 5000 arresti), neanche il Partito Comunista Italiano – che sembrava inizialmente esente. Ma forse c’è uno spazio per il rinascimento 2.0 – così lo definisce Oscar Luigi Scalfaro: "L'Italia sta risorgendo", e  saluta l'anno nuovo con giubilo ingiustificato. Infatti del rinascimento manco a parlarne: il 1994 è l'anno del nano, cioè di Berlusconi e dell'inizio della restaurazione, la stessa che dopo restaurerà le tangenti. Alla prima di Silvio, scatta l'operazione Salvaladri, con gli imputati che mettono sotto accusa i magistrati – che iniziano a sentirsi chiamare “toghe rosse” – anche se a pensare a Falcone e Borsellino, il rosso sembra più una macchia di sangue che altro. Gli italiani assistono ad uno spettacolo deprimente e, come di consueto, alcuni protestano, molti si abituano, altri addirittura credono ingenuamente al cambiamento imminente. Scocciati, per la prima volta, dall’imprenditore di Mediaset, gli italiani guardano all’Ulivo, che tradisce lo sguardo con la Bicamerale e con l’inciucio centrodestra-centrosinistra, risultato: leggi ad personam, ad castam e ad mafiam … 
E passano gli anni, e sono tanti. Fino al 2001, che avvia il quinquennio della definitiva normalizzazione della banalità (quella malvagia, della signora Arendt): il ritorno di Berlusconi, decine tra imputati e condannati entrano in Parlamento, che diventa una specie di carcere a cielo aperto: e ancora  le leggi ad personam, i reati aboliti,  giudici trasferiti. Poi di nuovo Prodi, poi Berlusconi, poi le mignotte tra governi, regioni e botteghini: e poi? Poi il governo Monti, e dunque noi … e dunque voi. Un documento, questo a sei mani, dal valore storico, che rimarrà per sempre: che ci sopravviverà, che renderà (forse) i futuri che verranno meno sporchi dei passati che li hanno proceduti.  Perché il tradimento della politica è il peggiore dei crimini, e lo stiamo vivendo ancora oggi. 

 

 
 
 
 
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