Manna e miele, ferro e fuoco

Manna e miele, ferro e fuoco

13 dicembre 1857. È una notte di gelo e luna piena e il piccolo paese di Ganci, arroccato sulle Madonie, sembra un presepe pronto ad accogliere il Bambinello. Buio e freddo stanno per ingoiare, invece, Tanuzzo Gelardi, un ragazzino ossuto e fragile che corre e trema guidato dal chiaro di luna e dall’urgenza di chiedere aiuto alla levatrice del paese: sua madre sta per mettere al mondo una “picciriddra”, tanto attesa dopo tre figli maschi. Tanuzzo è figlio del “mannaluoro”, che esercita l’arte antica di estrarre la manna dai frassini. Quando il ragazzo fa ritorno a casa, sua sorella è già nata. Rapiti dalla magia di quell’evento, Tanuzzo e la levatrice restano dietro le finestre ad osservare ammutoliti il miracolo della nascita di Romilda: compiendo un antico rituale propiziatorio, la madre sbriciola tra le gambe della neonata molliche di manna e in quell’intimità lascia cadere gocce di miele. Romilda cresce saggia e bella, dorata come il grano, pura come la manna. La luce che promana da quel corpo infantile non lascia indifferente il signorotto locale, don Francesco, barone di Ventimiglia, un uomo violento e dispotico: benché in là con gli anni, il barone pretende che la bambina diventi sua moglie. “Nessuno sfugge al proprio destino” è la rassegnata esortazione di Romilda al padre, che esita nell’accompagnarla all’altare: la sposa bambina non ha paura, ha tredici anni e uno sguardo impertinente; il suo destino è tutto da scrivere…

È una scrittura “di pancia” che profuma di arance e cannella quella di Giuseppina Torregrossa, una malìa che attira dentro gli affascinanti abissi dell’umano sentire. Lei che, smessi gli abiti da medico, ha deciso di intingere la penna nell’inchiostro denso della cultura isolana, arsa di sole e di passioni, lascia che sia il corpo femminile a parlare, quel corpo che conosce così bene e sul quale sa scorgere i segni della manna e del patimento, due temi centrali nel romanzo. Dono divino nella tradizione biblica, la manna è metafora dell’alleanza tra l’uomo e il creato, quintessenza del dono e del piacere, che è autentico solo nella reciprocità del donarsi. Il dolce sapore di manna e miele si stempera nell’amaro del “patimento”, il tormento che colpisce uomini e cose - anche l’acqua ha un suo patimento - mina le certezze e fa dimenticare i propri talenti, ma può trasformarsi in motore del cambiamento, nella ricerca dei frutti più belli del sé, come “il frutto proibito della libertà”.

 


 

 

 

 

 
 
 
 

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