Marco Aurelio

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27 aprile del 121 dopo Cristo. L’impero di Adriano sta vivendo la sua quarta primavera, a Roma sono in carica i consoli Gneo Arrio Augure e Marco Annio Vero. Quest’ultimo, di origini ispaniche, è anche Praefectus Urbi, un incarico di grande prestigio, ma in quel giorno più di tutto è felice di essere diventato nonno. Nella sua splendida villa sul Celio la nuora Domizia – imparentata alla lontana con l’imperatore, o forse addirittura la sua sorellastra, le fonti non sono chiare al riguardo – ha dato alla luce un bel maschietto, Marco. Inevitabile pensare al futuro di quel bambino, qualora Adriano continuasse a non avere un erede maschio: sogni da far girare la testa ma anche sogni pericolosi, nel ginepraio della politica romana. L’imperatore non ha tutta questa fretta di morire o di adottare: al destino del piccolo si penserà più tardi, se sopravviverà. Ma in una situazione del genere è normale che Marco cresca con tutti gli occhi addosso ed altrettanto normale è che questo abbia ripercussioni sul suo carattere. Si racconta di un Marco “serio sin da piccolo”, annoiato dal mostruoso spettacolo dei giochi gladiatorii, ma potrebbero essere caratteristiche costruite a posteriori per esaltare la dignità, la “gravitas” e l’autocontrollo del Marco Aurelio imperatore. Di certo doveva soffrire più dei coetanei quando non riusciva a rispondere alle attese, proprie e altrui. E quando arrivavano le punizioni, doveva sentirle con un’intensità maggiore del normale, se è vero che si autofustigava con il senso di colpa, rimproverandosi di aver fallito…

Marcus Annius Catilius Severus, che noi conosciamo come Marco Aurelio e fu imperatore di Roma dal 161 al 180 – nei primi otto anni in coreggenza col fratello adottivo Lucio Vero, negli ultimi tre anni con figlio Commodo – è per tradizione considerato un sovrano illuminato e riflessivo, un filosofo prestato alla politica. Ma la sua figura è decisamente più complessa: possiamo provare a ricostruire la sua interiorità attraverso il molto materiale autografo giunto fino a noi (lettere private e aforismi – i celebri Pensieri, anche questi ad uso privato) finendo con lo scoprire un carattere chiuso e contorto, con dei processi mentali molto difficili da comprendere per un uomo moderno. Dal punto di vista pubblico, si disvela ai nostri occhi un’esistenza movimentata sul piano familiare come su quello politico, incardinata in un’epoca di splendore che finisce dolorosamente tra crisi e catastrofi, un periodo di passaggio e tutt’altro che pacifico dal punto di vista militare. Jörg Fündling, docente di Storia alla Rheinisch-Westfälische Technische Hochschule (RWTH) di Aachen, affronta l’argomento con piglio accademico, prendendosi il tempo che ci vuole per raccontare ogni passaggio, senza alcuna attenzione all’infotainment. Una scelta severa ma probabilmente figlia della consapevolezza della difficoltà della sfida, perché “Quando si ha a che fare con un imperatore che trovava problematico farsi plasmare dagli obblighi legati al proprio ruolo, la ricerca dell’ambiguo implica un recupero dell’individualità. (…) Come l’autorappresentazione, apparentemente completa ma accuratamente dosata, anche la solitudine dell’individuo, al di là del rappresentabile e del desiderio di identificazione, appare un leitmotiv della contemporaneità”, come spiega acutamente lo stesso Fündling nella sua prefazione.



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