Martin Muma

Martin Muma
Martino è un giovanotto di Rovigno, semplice e gentile; nel suo pittoresco borgo si vivono i primi decenni d'Italia dopo un secolo e uno spicchio di Austria, ma c'è qualcosa che non va: questi italiani non somigliano affatto a Venezia, per sei o sette secoli madre e faro dell'Istria. Questi italiani sembrano sedotti e soggiogati da un tizio rude con la Testa Quadrata, non mostrano nessun rispetto per le minoranze slave dell'Istria e non conoscono affatto la storia della maggioranza istroveneta. Questi italiani sembravano rappresentare l'agognata pace dopo centovent'anni di dominazione straniera, e invece saranno il motore di tante disgrazie. Martino è uno di quelli che preferisce credere alla fratellanza e all'uguaglianza piuttosto che alla prepotenza e all'arroganza: Martino è uno di quelli che finisce per credere che sia possibile rovesciare la gente di Testa Quadrata combattendo a fianco dell'arrembante minoranza degli slavi. Non può sapere che nemmeno loro sono ciò che giurano di essere, cioè campioni del sogno socialista di giustizia e progresso: non può sapere che il loro Testa Quadrata, Tito, finirà per sfigurare l'Istria cambiando i nomi ai borghi, ai villaggi e alle poche città, relegando antagonisti e oppositori nella prigione di Goli Otok, Isola Calva, disintegrando un tessuto sociale che durava, intatto, da milletrecento anni, cioè da quando gli slavi s'erano affacciati all'Adriatico, nelle terre istrovenete e dalmate, prima per distruggere e poi per restare…
Storia esemplare di un figlio del popolo istriano - e di tutta la sua gente - nel secolo più infame della storia d'Europa, Martin Muma, libro della vita del poeta Ligio Zanini, nato a Rovigno nel 1927 sotto amministrazione italiana e morto a Pola nel 1993 sotto amministrazione croata, è uno dei massimi romanzi italiani del Novecento. È il leale passaggio di testimone della lezione dei Malavoglia del grande siciliano e degli anarchici toscani della Piazza d'Italia del povero Tabucchi: è la tragedia secolare dei figli del popolo raccontata, con grazia e compostezza, da un figlio del popolo. Assieme, costituisce il massimo risultato della letteratura degli istriani “rimasti”: nello Stivale, abbiamo apprezzato sempre e soltanto la narrativa degli istriani “esuli”, del memorabile Tomizza di Materada e del'amaro Quarantotti Gambini di Primavera a Trieste, passando per la frammentaria poesia dei Bozzetti istriani del misconosciuto e onesto Guido Miglia, ultimo direttore del quotidiano di Pola, e per il memoir dell'assurdo e disgraziato bombardamento alleato su Zara, I bianchi binari del cielo di Antonio Cattalini. Ma nel Belpaese s'è dimenticato, forse per troppo dolore, che se è vero che oltre trecentomila persone sono state costrette a lasciare le loro terre, e le loro case, o hanno sentito di doverlo fare, altre centomila almeno sono rimaste là dov'erano; in parte perché erano croati, sloveni, serbi o istrorumeni; in parte perché erano istroveneti che pensavano che la Yugoslavia sarebbe durata come l'Italia, cioè trent'anni al massimo, e che non aveva senso andarsene via. La Yugoslavia è durata, in effetti, poco più di trentacinque anni, in Istria. E i nostri hanno avuto qualche possibilità di restare fedeli alla loro storia. E di fare letteratura. Si sentivano rinnegati, saranno forse la nostra benedizione.
 

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