Maschio adulto solitario

Maschio adulto solitario
Danilo Colombia ha solo diciott'anni ma già sa che per lui non ci potrà mai essere salvezza. Lo comprende prestissimo, quando come un novello professor Humbert con la sua Lolita, scopre che la sua ninfetta Sara s'è ammazzata, impiccandosi nella stanza d'albergo della sua famiglia. Siamo negli anni '80, a Bari. Danilo svolge servizio di leva ed è già stato irrimediabilmente “marchiato a sangue” dal capitano Corva, una specie di sergente Hartman (quello di Full Metal Jacket) nostrano e dalla signorina Adelina Rotunno, segretaria ninfomane prossima ai sessanta, dai cui spettri non riuscirà mai ad affrancarsi. Ma per fortuna nella sua sottomessa vita irrompono un giorno la sedicenne Sara, con la quale s'illude di poter allentare la vigile e guardinga esistenza da braccato e Anselmo, il centralinista albino e cieco, memoria storica e unica oasi felice dell'intero universo militare, con cui inizierà una bella e disinteressata amicizia. Ma pochi mesi dopo, come detto, Sara viene trovata impiccata nella stanza d'albergo dove i due fidanzati consumavano pomeriggi di sesso, parole e amore. Da lì in poi, proprio come per il personaggio di Nabokov, niente per lui potrà più essere lo stesso. Colombia cercherà di marcare visita per ottenere una licenza ma la degenza all'ospedale militare diverrà solo il pretesto per altre inaudite e inimmaginabili violenze fisiche e psicologiche che gli fruttano, a quel punto, due inutili mesi di licenza, spesi in una città, Taranto e in una casa, la sua, che presto gli faranno rimpiangere la truce sopravvivenza di caserma. E così ha inizio quel viaggio a ritroso in compagnia di altri demoni mostruosi che, come maschere orrorifiche e trasfigurate dall'orrendo e meschino teatrino esistenziale, lo scorteranno fino alla soglia della più desolante e inimmaginabile disperazione. Unica compagna d'avventura, una tigre in gabbia, come lui, fiero esemplare di maschio adulto solitario, come lui costretta invece a fare i conti e a mischiarsi con l'odiato branco. E poi ci sono i luoghi; subiti anch'essi, come gli altri putrescenti protagonisti, da un Colombia sempre più costretto a ingoiare, a implodere, piuttosto che esternare; sopratutto la Taranto della sua infanzia e del suo ritorno. Una città di uno squallore sovrumano, quasi da favela sudamericana, persa nei suoi loschi e sporchi traffici, nei suoi quartieri dormitorio, nei suoi putrescenti e laidi abitanti, disgustose e deformi maschere metropolitane...
Un libro crudele e spietato, questo romanzo di Argentina, capace di scavarti dentro come un artiglio infetto, costringendoti, senza possibilità di fuga, come un vortice a spirale che ti risucchia nell'inconscio, gomito a gomito con la peggiore parte di te stesso, ad uno psichedelico e disgustoso viaggio di sola andata. Un libro visivo e visionario, che t'imbratta e ti lorda come fosse tridimensionale. In Cèline c'era quantomeno la speranza di giungere al termine della notte, con Argentina sei senza speranza fin dalla prima frase. Acido muriatico!

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