Mauro Rostagno story

Mauro Rostagno story

Sostiene Salvatore Mugno che il sociologo e giornalista torinese Mauro Rostagno [1942-1988], figlio del popolo, trapanese d’adozione, abbia vissuto un’esistenza policroma, sostanzialmente polimorfica: dalle tinte oscure del periodo scolastico (preti rosminiani e padri salesiani) ai blu e verdi militari delle fasi operaista e maoista, al rosso sangue dell’appartenenza politica fino ai colori arancio dei "mutamenti ieratici orientali", per approdare infine, negli ultimi tempi, alla complessa purezza del bianco. E così poliedrico fu eroticamente e intellettualmente: nel rispetto di un cammino interiore tormentato e di un’inquietudine egemone. Socialista già in gioventù, avventuroso operaio tra Germania e Inghilterra, Rostagnò studiò per un anno Lettere alla Bocconi di Milano, lavorando come una bestia e mantenendosi come meccanico all’Autobianchi, e poi Sociologia nella presto famigerata Trento: era il 1964, abitava con Renato Curcio e Paolo Palmieri in una casa dichiarata pericolante, meditava sull’anatomia della rivolta e leggeva Mao, Che Guevara e Régis Debray. Natalia Aspesi lo considerava “il più bello tra i leader studenteschi”; Marco Boato, “un leader carismatico (tra le donne)”. Pochi anni più tardi, vissuto il suo estroso, goliardico e caotico Sessantotto (per capirci, sosteneva a posteriori che in quel periodo "la nostra pratica era più avanti della nostra coscienza"), discussa la tesi sul Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania tra 1880 e 1914, tornò a Milano, consacrandosi alla causa dei lavoratori della Pirelli e partecipando alla fondazione di “Lotta Continua”, sin dai primordi. Per quel giornale, scriveva non soltanto di questioni operaie: ma di droga, religioni, di Jimi Hendrix. Restava su posizioni libertarie e rifiutava la violenza. Si ritrovò in Sicilia, tra 1972 e 1975, come responsabile regionale di “Lotta Continua”; nel frattempo, insegnava (precariamente) Sociologia all’Università e partecipava alle proteste dei senzacasa, organizzando occupazioni e via dicendo. Arrestato assieme ad altri compagni del gruppo dirigente di “Lotta Continua”, dopo le prime terribili violenze delle Brigate Rosse, venne scagionato dalle accuse di “banda armata e associazione sovversiva” e liberato poco tempo dopo; ben diverse e atroci furono, in quegli anni convulsi, le scelte e il destino del suo vecchio e sinistro amico Curcio. Il 1976 fu un anno particolarmente delicato: si concluse l’esperienza di “Lotta Continua” e Rostagno non venne eletto alle elezioni (s’era candidato con Democrazia Proletaria). Profondamente in crisi, ritrovò un equilibrio all’insegna del motto “Dopo Marx, Aprile” e fondò “Macondo”, ritrovo giovanile alternativo (alternativo: intendiamoci, soprattutto alla violenza di certe frange marxiste), lì a Milano: voleva “lasciare libero il pensiero selvaggio”, voleva fare aste per “svendere il fallimento del 1968”. La polizia contestò una serie di reati legati alla circolazione delle droghe leggere, finendo per avviare anche quell’esperienza al termine troppo presto. Nel 1978 Rostagno si convertì agli “arancioni” di Osho e si ritrovò per diverso tempo in India. Nel 1981 si trasferì a Lenzi, poco fuori Trapani, fondando una comunità “arancione” che, nel giro di una manciata d’anni, divenne comunità terapeutica, di recupero (di tante persone diverse: disadattati, dissociati e tossicodipendenti), sostenuta, tra gli altri, da Craxi: la Comunità Saman. Rostagno abbinò alla vita comunitaria l’attività giornalistica d’inchiesta, collaborando con una piccola tv locale. Là in Sicilia combatté la droga e la mafia, pubblicamente; là venne assassinato, nel 1988, quarantaseienne, in circostanze solo provvisoriamente chiarite: abbastanza da poter essere considerato “assassinato dalla mafia”...

Vent’anni fa, nel 1998 – quando il letterato trapanese Salvatore Mugno pubblicava, per la piccola Massari Editore, la biografia del povero Rostagno, la situazione era ben differente da oggi: nella nota, in appendice, Mugno doveva osservare che “dopo indagini giudiziarie svariate, talvolta discutibili, spesso poco fruttuose, accompagnate da arresti clamorosi, dolorosi e, chissà, anche fuori di luogo e da inchieste e pubblicazioni giornalistiche non sempre oneste e credibili, il delitto Rostagno rimane irrisolto”. La Corte di Assise ha confermato, nel 2014 e nel 2018, la natura mafiosa dell'omicidio, nel primo e nel secondo grado. Non tutto è chiarito, ma siamo sulla buona strada. Mugno dovrebbe tornare sul suo lavoro e ampliarlo, aggiornarlo e approfondirlo, raccontando cos’è accaduto nel frattempo. Così com’è, questo Mauro Rostagno Story rimane comunque un saggio degnissimo, coraggioso e parzialmente completo. Il saggio è strutturato in cinque parti – Sessantotto, Lotta Continua, Macondo, Orange e Saman ‒ contiene una nota biografica, la bibliografia completa di Mauro Rostagno, 47 foto, parte a colori parte in bianco e nero, ed è corredata da una prefazione di Andrea “Majid” Valcarenghi (storico fondatore del “Re Nudo”) e dalla postfazione di Luciano Della Mea (anima di Potere operaio). Valcarenghi osserva che Rostagno “era estremo, passionale, paradossale nel suo porsi rispetto agli altri” e che ogni nuova fase della sua vita annullava d’impeto quella precedente. Della Mea considerava le esperienze di Rostagno a “Macondo” una “espressione di decadentismo esistenziale”, mentre aveva particolarmente apprezzato i suoi ultimi anni da giornalista d’inchiesta in Sicilia, e non poteva sopportare che sulla sua morte assurda s’aggirasse “l’avvoltoio dell’archiviazione, la giustizia ridotta a merda”. Ecco: come si diceva, siamo a trent’anni esatti dall’omicidio di Rostagno, vent’anni dalla pubblicazione di questo libro. L’inchiesta giudiziaria ha faticosamente stabilito la verità sulla morte per mano mafiosa: tuttavia, sono serviti oltre venticinque anni per surclassare depistaggi e negligenze di vario genere. Abbastanza per restare scandalizzati. Credo sia naturale, invece, accogliere con gratitudine il lavoro di ricerca e di documentazione di Mugno; è invecchiato bene e restituisce, intatta, la complessità e la policromia del povero Rostagno.



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