Max e Helen

Max e Helen
Simon Wiesenthal si sta recando in treno a Francoforte. È solo nello scompartimento, ma a Monaco sale un signore. Inizia a guardarlo con insistenza, come se lo avesse riconosciuto, e gli chiede se può averlo visto da qualche parte. L’uomo gli risponde che è possibile, potrebbe averlo visto in televisione. È il 1961 e Simon Wiesenthal è lo scrittore e ingegnere sopravvissuto all’Olocausto che sta dando la caccia ai nazisti per denunciarli e far sì che vengano processati da un tribunale internazionale. Il compagno di viaggio, che un tempo era stato un semplice soldato tedesco sul fronte orientale, gli suggerisce di indagare su un dirigente d’azienda di cui non fa il nome come possibile aguzzino nazista. Wiesenthal non se lo lascia ripetere due volte e con l’aiuto di un suo collaboratore capisce che si tratta di un tale, Schulze, ma gli occorrono prove. Le sue ricerche lo portano fino ad un certo Max, un medico ebreo polacco che vive a Parigi, anch’egli sopravvissuto a quei terribili giorni dei campi di concentramento. I due si incontrano e l’uomo gli racconta la sua storia, di una donna che ama, Helen, e del terribile aguzzino Schulze …
Il frontespizio del volume recita: “I fatti qui riferiti sono realmente accaduti; sono stati cambiati soltanto alcuni nomi di personaggi e di luoghi per salvaguardare la vita privata degli interessati”. Il nome di Simon Wiesenthal è invece vero. Morto a 96 anni nel 2005, resta tuttora una figura popolare nel mondo ebraico e dei media, che nel dopoguerra si prodigò per l’arresto di un folto numero di militari nazisti, fra cui Adolf Eichmann. Il suo lavoro è stato lungamente riconosciuto e questo libro testimonia il suo impegno in tal senso. Max e Helen (oggetto recentemente di un adattamento infedele di un film tv per la Rai e di un altro per la tv via cavo americana di difficile reperibilità risalente al 1990) è un volume sulla testimonianza, forte perché asciutto, fondamentale perché dettagliato di episodi storici, ma soprattutto coraggioso perché racconta la storia di un amore come tanti spezzato dall’infamia, ma non logorato dal tempo o dalla memoria. Perché la memoria in questo caso è l’ultima funzione di un corpo piagato dal dolore dove si nasconde una speranza alla fine insperata. Wiesenthal racconta in prima persona il flusso di coscienza dei ricordi del protagonista Max attraverso una prosa semplice e lineare, una narrazione che si concentra sull’essenzialità della vergogna umana, ma la sua grande capacità di autore è, appunto, quella testimoniale, che mai si apre a giudizi, a opinioni personali, racconta il quotidiano di un mondo che si è consumato né tanto lontano né tanto tempo fa. Lo sembra soltanto, ma non lo è.

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