Melancolia della resistenza

In città un volantino annuncia l’arrivo del circo con una attrazione che da quelle parti non si è mai vista. Davanti all’agitazione della folla che si accalca su piazza Kossuth per accaparrarsi i biglietti, la signora Eszter pensa che il “momento decisivo” sia finalmente arrivato, quello di “passare dalla fase organizzativa all’azione per avverare le profezie”. Non è chiaro se aspetti un evento mistico o una rivoluzione politica. Quello che è chiaro è che del circo fa parte un carrozzone che custodisce il motivo per cui tutti sono lì a battere i denti nel freddo e trattenere il respiro nell’aria gelida: una balena. Si muove preceduto da una fama oscura e da dicerie ancora più torve ed è seguito da una banda di straccioni violenti e pericolosi messi insieme malamente. Avanzi di galera, mercenari, ubriaconi e rozzi contadini fanno da cupo corollario al vagone in cui è esposto il cetaceo, “l’attrazione diabolica”. Troppo grande tutto e troppo surreale. C’è apprensione e confusione; eccitazione ed entusiasmo; la gente sbigottita e intimorita dalla “attrazione che secondo certe voci sarebbe diabolica”, vede in quella carovana l’ombra di una fine che arriva lenta e da lontano. Da un abisso senza nome né misura. Manca il carbone, i negozi sono riforniti a singhiozzo, la città scivola inesorabile verso uno sciatto nichilismo reso ancora più drammatico da inspiegabili fenomeni, presagi che non promettono nulla di buono. E quando agli ordini di un invisibile Principe - a sua volta una attrazione del circo - la feccia umana mette a ferro e fuoco la città, devastando, stuprando, uccidendo è chiaro che quella fine che era un presagio è arrivata sulla punta delle spranghe dei vandali a spezzare ogni schiena attonita che abbozza una fuga con l’ottusità sorda di una violenza atroce e gratuita. Niente resta in piedi alle loro spalle. Nemmeno la delicatezza sottile di János Valuska, considerato matto e perdigiorno da alcuni, un impiastro buono a nulla dalla madre, perché: “camminava, marciava, trotterellava a occhi chiusi, instancabile e, come diceva il suo grande amico con una punta di dolce ironia, con l’animo perso nell’incurabile bellezza del suo cosmo personale”. Nemmeno il mondo appartato del signor Eszter, Direttore del Conservatorio cittadino che ha passato tutta la sua vita interessato soltanto al suono sublime e perfetto dei virtuosismi pianistici dei grandi compositori. L’orda è abietta, eppure necessaria come tutte quelle circostanze inconcepibili e lontane che al momento buono diventano cruciali. Viene dall’abisso buio e cieco come tutte le cose più nere, apre uno squarcio sanguinolento nel mare piatto e indolente della massa, brutale utilità. Come una balena che schizza in cielo senza che si sappia da quanto in fondo abbia preso la rincorsa…

Melancolia della resistenza frantuma ogni possibile superlativo. Si colloca in una zona inarrivabile della scrittura, ne sublima l’arte. Sta in alto come le narrazioni pure, quelle che, pur trattando la materia umana, non si fanno corrompere dalla sua pochezza, anzi col miracolo di una parola vocata, la innalza a storia estatica. Un garbo d’altri tempi, di quei signori perbene che scostano le sedie per fare accomodare con agio le signore. Ma spietato nel tracciare una potente metafora del potere, che fa leva sulla paura e sull’indifferenza bovina delle masse, anticipando la catastrofe umana con un nichilismo assoluto e senza scampo. La dote immensa di Kasznáhorkai è una originalità meticcia che mischia una potente malinconia mitteleuropea al sapore caldo del realismo magico marqueziano. Moltissime scene hanno lo stesso intenso taglio di luce che ritroviamo in Cent’anni di solitudine. Leggete l’arrivo degli zingari a Macondo e poi l’arrivo degli straccioni in città. Già, la città, così indefinita che sembra stare in nessun posto e ovunque e invece è un luogo ben preciso dedotto dall’articolata urbanistica che da sola la genera e la crea senza nominarla mai. Dentro si muovono anime delicate e fragili, fraintese ed equivoche. Le prime ad essere fagocitate dal nulla perché innocenti, le prime ad essere sorprese dall’aberrazione del male, dalla sua empia utilità, perché candide (“il minuscolo abitante della Terra che gira intorno al Sole era talmente colmo di entusiasmo che, quando infine tornò all’imbocco del viale nella piazza del mercato, avrebbe voluto urlare a tutti di lasciar perdere la balena e levare gli occhi al cielo”). Contraltare della loro esistenza è il cetaceo impagliato arrivato con quel circo spettrale da un altro mondo. Un mondo impensabile, impossibile. Viene da un abisso che non riescono ad immaginare e in cui anche le cose conosciute si trasformano in mostri ignoti e famelici. Crediamo di leggere un romanzo in cui un potere già maturo, trascina, stanco nella sua blindatura ideologica, il paese lungo una china di incertezza sociale e grave difficoltà economica. Invece, l’inganno: mentre seguiamo l’orda nelle sue razzie chiedendoci cosa farà dopo, piuttosto che concentrarci sull’ora; mentre assistiamo a giochi politici apparentemente consumati stupendoci per il cinismo, la miopia e l’opportunismo; mentre rimaniamo incantati dalla balena impagliata - straniera in una terra che le è straniera - senza farci attraversare dal dubbio di Tagore “Chi adori in quest’angolo buio?”, non ci accorgiamo, se non soltanto alla fine, che qualcosa ci sta già strisciando silenziosa e subdola sotto i piedi, approfittando della confusione e del caos per affermarsi. Ecco che, mentre pensavamo di assistere al declino di un regime, in realtà stiamo assistendo inebetiti ed impotenti alla sua nascita. Una scrittura immensa, apocalittica. Inesauribile.



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