Melodie dall’abisso

Melodie dall’abisso
 Non è da tutti entrare nella leggenda alla prima prova di possessione: di quella di Shoukoth, con la sua magistrale e velocissima manovra Blitz sulla piccola Abigail con relativa strage nel paesello, ancora se ne parla, ed è roba del Medioevo. Ma Azaloth, il cui svezzamento è sempre più vicino, ha deciso di tenere conto non solo della fama della sua vetusta e prestigiosa casata, quella di Gamcichol, ma soprattutto dell’opinione del suo adorato zio Asphodet: “La Logoramento è gusto nella scelta della melodia, cura nell’arrangiamento, calibro nell’esecuzione strumentale. La Logoramento è sinfonia. La Blitz è solo sordo, cacofonico rumore”. Per cui la decisione è presa: Logoramento sia, nonostante la dura preparazione mentale, la cura del dettaglio e soprattutto il rischio di un confronto letale con un esorcista. La vittima prescelta, poi, è l’ideale: Tomen Strandberg ha 16 anni, norvegese, asociale, pagano o ateo o satanista - questo non l’ha ancora capito neanche lui - e soprattutto, suona Black Metal. Il repertorio viene messo subito in atto, con qualche piccola, interessante modifica: manifestazioni della possessione (contro i bulli, in casa con tanto di spargimento di sangue), intimidazione dello psichiatra prontamente consultato, furto di strumenti e incisione di un demo tape black metal… Le cose iniziano ad andare male quando Alzaloth non solo viene richiamato all’ordine da un processo al supremo tribunale per aver soccorso con un sortilegio la madre di Tomen, in seguito a una sua manifestazione particolarmente violenta e spaventosa ma soprattutto, scopre che il demo tape non è convincente. Una chiacchierata con Asphodet, già possessore per tutta la sua vita di Niccolo Paganini, lo convincerà  però che collaborando con Tomen (alla svelta, prima del processo) con l’altamente illegale la Possessione Logoramento comunista, le cose potranno cambiare... 
Divertente, ben scritto e con una strizzata d’occhio a un genere musicale di nicchia che non ha molto spazio nella letteratura, ma che spesso da quella orrorifica e in odor di Lucifero e altri demoni attinge, il libro di Marco Caforio convince al 100%. Per l’ironia, per la convincente caratterizzazione dei personaggi (molto più quelli demoniaci di quelli umani, a dire il vero) per la serie di eventi ben calibrata fino all’epilogo da happy end - classico ma con un’interessante sorpresa - e soprattutto, perché l’autore ha sdrammatizzato quella che sull’onda dei suoi gusti musicali poteva essere una recensione di genere camuffata: è black metal, piace all’autore ed è in tema con la storia, ma poteva essere qualsiasi altra cosa. Certo, che il diavolo ascolti Celine Dion è meno probabile, ma il concetto non cambia: a farla da padrone è la passione per la musica l’unica vera possessione di cui non ci si può liberare, motore di tutte le rivoluzioni e soprattutto, democratica:  quando colpisce non c’è sortilegio che la possa interrompere in cielo, in terra e a quanto pare anche agli inferi.

 

 

 
 
 
 
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