Memoria del vuoto

Memoria del vuoto
Samuele Stocchino nasce il 20 maggio del 1895. È il quarto figlio di Felice e Antioca Leporeddu, che quando si era accorta di essere incinta era partita in pellegrinaggio per la Madonna di Orgosolo, perché lei quel figlio non lo voleva. Mentre Antioca sta compiendo il viaggio su un carretto insieme ad altre donne, la Madonna le appare in sogno per dirle che avrà quel bambino - inutile non volerlo, anche se per tutta la vita gli procurerà più dolori che gioie. Un giorno, ad Arzana, Antioca esce a lavare i panni con il piccolo Samuele - lui ha due anni - e le si avvicina la Annìca, una donna che aveva il dono di leggere nel cuore delle persone e poi segnarsi, una premonitrice insomma. Secondo lei Samuele ha in cuore “una testa a forma di lupo”. Antioca cerca di difendersi, ma sente – proprio perché è madre – che Annìca ha ragione. Antioca si lascia consegnare una pietra da custodire al sicuro: finché la pietra sarà al riparo, niente potrà succedere. Così Antioca la va a nascondere in un baule sotto il letto tra indumenti e asciugamani. Ma il mattino che la madre si sveglia e non trova Samuele nel suo letto (la notte prima - notte di luna piena - era tornato dal battesimo di un cugino a piedi con il padre e al ritorno un bottaio, tale Boi, si era rifiutato di dar loro acqua da bere) capisce che le sventure hanno un inizio ma non una fine. Su consiglio dell’Annìca va a controllare il sasso: c’è, ma è spezzato. Samuele viene ritrovato in fondo ad un abisso attaccato ad una pianta che ne ha arrestato la caduta. Fatto strano: in quegli stessi giorni era sparita anche un’altra bambina, una tale Mariangela. Una bambina all’epoca, una donna qualche anno più tardi, una donna che Stocchino vuole per sé e non gliene frega niente se è promessa sposa di Battista Manai. Piuttosto uccide... e lo fa davvero. Non solo il Manai, ma anche i Boi, rei di quel torto di anni prima. Quando si arruola per la guerra a Stocchino è chiaro che un soldato non è tale se non uccide, gli un po’ meno chiaro per chi andrà a combattere. Quando torna dalla guerra la leggenda lo vuole più morto che vivo, addirittura ci sono varie versioni della sua morte. Ma il suo corpo si riprende con forza e vigore dalle tribolazioni della guerra. Sul suo capo pendono taglie giganti, ma nessuno lo arresterà mai, sarà la malattia a portarselo via a 39 anni. Si dice che per la gente del posto non sia mai morto…
Samuele Stocchino, passato alla storia come “la tigre d’Ogliastra”, è stato un personaggio storico e leggendario allo stesso tempo, appartenente al brigantaggio sardo. La bibliografia dedicata a questo personaggio è ampia: si dice che il Duce avesse minacciato di bombardare Arzana, il suo paese natio, pur di scovarlo. Su di lui qualche poeta sardo ha composto anche poesie in dialetto. E con Memoria del vuoto Marcello Fois ha vinto nel 2007 l’allora esistente Premio Grinzane Cavour per la narrativa italiana, grazie al quale si è fatto conoscere dal grande pubblico. Qui il suo linguaggio è un’alternanza tra lo stretto dialetto sardo e un italiano comunque colloquiale e ricco di imprecisioni. Volute, ovvio. È una trovata che meglio rende l’umiltà e la povertà dei suoi personaggi, gente della Sardegna più remota, terra a tratti anche spigolosa, fatta di pastori o artigiani che poco o nulla sanno di lettere scritte. Non mancano certo in ogni caso la poesia e nemmeno l’incanto tipico di certe biografie romanzate. Le leggende ed i miti che girano intorno a questa figura si incrociano una pagina dopo l’altra. E Fois, come la maggior parte dei sardi che amano raccontare della loro terra, ha ritenuto importante arricchire la storia vera di particolari intimi e familiari che fanno scaturire nell’animo del lettore un po’ di simpatia in più per questo tal Stocchino.

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