Memorie di un porcospino

Memorie di un porcospino

Il porcospino Ngoumba si aggira per Sekepembé cercando di capire se è ancora vivo o se è diventato piuttosto un fantasma, dal momento che non avrebbe dovuto sopravvivere al suo padrone, Kibandi, morto il giorno prima. Si erano incontrati quando Kibandi aveva dieci anni, come accade quando un animale diventa il “doppio nocivo” di un essere umano, costretto a bere all’insaputa di tutta la sua gente una bevanda iniziatica nota come mayamvumbi. Niente a che vedere con i “doppi pacifici”, che passano direttamente da nonno a nipote poco dopo la nascita e rendono gli umani caritatevoli, premurosi e generosi. Con un “doppio nocivo” invece gli animali devono allontanarsi dalle loro famiglie e dai loro gruppi, diventano solitari e hanno il compito di portare a termine le missioni che il padrone affida loro, senza discutere. Il porcospino più di una volta si è trovato a piangere delle sue azioni, a differenza di Kibandi che con un gesto della mano era in grado di spazzare via qualunque emozione. Ha tanta paura il porcospino, animale guida di un padrone che non c’è più, cosa ne sarà ora di lui? Ricorda ancora molto bene l’incontro con il piccolo Kibandi, ricorda bene il padre Mationgo, la madre, e tanti anni di vita accanto all’uomo come suo “doppio”…

Secondo volume di una trilogia, Memorie di un porcospino fa seguito a Pezzi di vetro, che ha reso noto Alain Mabanckou al grande pubblico, il cui protagonista sarebbe l’autore di questo secondo capitolo. Una curiosa particolarità stilistica è rappresentata dall’assenza di punti: l’intera storia è narrata con il solo uso delle virgole che separano lunghi periodi, chissà se per rimandare alla tradizione orale tipica dei racconti africani. La favola del porcospino rende omaggio ad alcuni famosi classici della narrativa, da Il deserto dei tartari a Don Chisciotte a Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Lo scrittore franco-congolese affronta con apparente leggerezza l’oscurità dell’animo umano, lasciando all’animale il compito di riflettere sulle contraddizioni, le debolezze, le viltà e la crudeltà dell’uomo, senza dimenticare di ironizzare sulla saccenteria e presunzione dei bianchi, degli antropologi, etnologi e intellettuali africani. Una lettura dissacrante, divertente e irriverente, in cui il longevo porcospino quarantaduenne Ngoumba racconta la sua vita e al tempo stesso la vita degli esseri umani, in una fiaba nera dai risvolti morali.



 

 

 

 
 
 
 

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