Mercier e Camier

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Mercier e Camier sono due attempati signori, due “vecchi giovani” che vivono in una città stanca e addormentata, avvolta in fumi grigi di giorno e frenetica e scontrosa alla sera quando tutti vogliono ritornare a casa, alle loro abituali vite. I due amici, che non sono mai stati in alcun posto, decidono di voler affrontare un viaggio che li allontani da quella città e dalla sua monotona vita. Portano con loro poche cose, quelle indispensabili che poi, in verità, risultano non esserlo per niente e vengono abbandonate durante il cammino. I due amici iniziano il viaggio con il tempo peggiore possibile: piove a dirotto, a catinelle e il cielo è plumbeo con un poco di sole che non vuole apparire attraverso le nuvole “tutte insudiciate e sfilacciate” che lo coprono come una spessa coperta. La stanchezza e il parlare a vanvera rende difficile il procedere del loro viaggio, che risulta impedito anche dall’apparire improvviso di losche figure il cui agire diviene un ulteriore ostacolo. Vagano in un mondo delineato da siepi e da rovi, tra pozzanghere e crinali scoscesi e in cui mettersi d’accordo è un’impresa che non sempre ha il risultato atteso. L’incedere insicuro, sofferente, la malattia fisica, il loro continuo cadere e reggersi li porta a tornare indietro, a cercare conforto nei bar, nell’alcol o nell’amore a pagamento luoghi che li hanno aiutati in passato a continuare il loro cammino. In agguato, sempre, la voce sussurrata che li spinge ad abbandonare il viaggio e a ritornare nelle loro vite…

Samuel Beckett scrive questo romanzo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sceglie di usare il francese, la sua lingua di adozione, da resistente al regime nazista. Una lingua estraniante che gli permetta di creare artifici linguistici e giochi nuovi con una lingua che deve divenire sfilacciata e inconsistente, come la capacità di comunicare tra gli umani; la lingua come esercizio di stile, gioco di suoni e significati che perdono il loro ruolo fatico. Un romanzo pubblicato solo nel 1970, perché Beckett stesso ne impediva la pubblicazione, che l’autore non ama e rimaneggia riscrivendolo in inglese, castrandolo di molte sue parti, proprio come quando si revisiona un esercizio di scrittura. Un romanzo che è così pieno di dialoghi, da sembrare una pièce teatrale, una di quelle che scriverà subito dopo e lo renderanno famoso e vincitore del Nobel. Una prova di stile in cui mette a punto i suoi cavalli di battaglia: i personaggi in coppia, l’ironia drammatica, la scrittura come una arzigogolata e straniante invenzione, le tematiche dell’incomunicabilità, della inanità, del ciclo avvilente della realtà che ingloba e cancella ogni opportunità di cambiamento, la volontà in balia degli eventi. Due personaggi che ricordano dei Gianni e Pinotto anziani e acciaccati, nel corpo e nell’anima, che iniziano un viaggio titanico, che tutto sembra impedire e rendere talmente difficile da farli desistere, che li porta a compiere un atto che mai avrebbero pensato di poter fare e che ancora di più li spinge nella solitudine separandoli. Un romanzo difficile, con una scrittura che ostacola la comprensione, il fluire del racconto e costringe a prestare attenzione perché così costruita e artefatta da diventare incomprensibile, facendo sperimentare l’incomunicabilità. Per gustare la grandezza di Beckett e la sua originalità bisogna prestare attenzione alle parole, alla punteggiatura strana e inusuale; bisogna ragionare sui messaggi che queste scelte linguistiche nascondono più che al plot perché in fondo nulla veramente accade, se non pezzi di vita già vissuta e ritrovati, come le catene con le quali giocava Mercier per strada da bambino. Bisogna amare l’avanguardia e Beckett per apprezzare il testo e studiarlo nell’ottica del suo obiettivo letterario per decidere di leggerlo.

 


 

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