Mescolo tutto

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Maria ha diciannove anni. Maria a diciannove anni, dita unte a caccia di briciole salate sul fondo di una bustina di patatine, capelli neri sempre tra le dita o tra le labbra, vomito, lamette che tagliano la pelle, gocce di sangue, cicatrici, saltuarie marchette, libri, pensieri ossessivi, peluche in cameretta, capezzoli come ciliege candite. Fa di tutto pur di non sentire le urla della madre che in camera sua si fa sbattere da chissà chi, con corollario di “insulti, sputi, schiocchi di palmi sudati al rintocco della carne nuda”. Da un paio di settimane un numero nascosto la chiama al cellulare alle ore più assurde. Chissà chi è. Un ammiratore, uno stalker, entrambe le cose. Maria ha diciannove anni e vuole morire. È questo diventare adulti? La sua mente torna ai giorni di scuola, al liceo artistico “scelto poiché vociferavano frequentato da persone interessanti, eclettiche, creative, ma non è vero un cazzo”. Al giorno in cui arrivò quello nuovo, Jesus Fernando Rodriguez detto Chus, argentino ventenne trasferitosi in Italia al seguito del padre tecnico informatico. Chus il ripetente, pieno di tatuaggi, sguardo di fuoco, faccia da stronzo, piercing sul labbro. Irresistibile, per delle liceali in cerca di rogne. Leggendario, addirittura. Lui Jesus, lei Maria, chiaro che si mettono insieme. A Chus però non piace solo Maria: gli piace anche la violenza, gli piace uccidere animali e scoparsi i loro cadaveri, per esempio. Lei annusa lui, ne riconosce l’odore, la comune dipendenza dalla droga del dolore: lei lo prega di romperle il naso con un pugno, gli chiede di brutalizzarla e insultarla, di farle male mentre fanno sesso. Lui le avvolge la faccia col domopak soffocandola, la costringe a belare come una pecora mentre la prende da dietro, la umilia e la blandisce, le bacia le cicatrici. Poi all’improvviso Chus sparisce: dalla scuola, dalla vita di Maria. Il tempo passa, il dolore no. Maria ha diciannove anni e parte per un viaggio, parte verso nord. Maria a diciannove anni: un’anima in pena in cerca di qualcosa che nemmeno lei sa cos’è…

L’esordio di Yasmin Incretolli, classe 1994, è una roba che non si dimentica facilmente. Dopo una tormentata stesura, una serie di versioni/incarnazioni successive e la travagliata ricerca di un titolo efficace/adatto (quello con cui il ha concorso – ottenendo una menzione speciale – al Premio Calvino era lo sboronissimo Ultrantropo(rno)morfismo, mentre questo Mescolo tutto è mutuato da una performance di body art dell’artista francese Gina Pane), il romanzo è approdato finalmente alla collana di narrativa diretta dal vulcanico Vanni Santoni per Tunué. Un palcoscenico meritato per questa storia: più diario di autodistruzione che romanzo di formazione, il libro non manca di ingenuità e forzature, sia chiaro, ma ha anche forza e fascino. Siamo dalle parti di Larry Clark, Isabella Santacroce, Christiane F., ma Mescolo tutto – per quanto maledetta, dark e pornografica – è una storia d’amore, stupida cattiva e dolorosa come la gran parte delle storie d’amore vissute al liceo. La giovane cutter protagonista compie atti autolesionistici per affermare la sua identità, per gridare al mondo “Io esisto”, stesso motivo per cui usa un linguaggio pomposo e artefatto, esattamente come fa con la scrittura la Incretolli (“Ch’è successo? Dov’eri? Sei sparito così! Dove cazzo sei stato voglio sapere! ruscello pettegolo a scalare tubo gastroenterico irritato dall’etilico o checchessia, altro vomito acustico a snodarsi da pliche vocali d’effimera mira” è solo un esempio dei periodi che il lettore si troverà a fronteggiare). Davanti a questo bombardamento di pene d’amore, solitudine, disastri familiari, promiscuità e degrado non si può rimanere indifferenti.



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