Metafisica dei tubi

Metafisica dei tubi
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In principio era il tubo. O meglio Dio era un tubo, un mero strumento di passaggio che giornalmente attraversava il suo unico percorso, dalla deglutizione alla fisiologica escrezione. L’intero universo lo percorreva senza lasciare alcun sedimento significativo. Il tubo, Dio, non emetteva suoni, non esprimeva emozioni, non piangeva, tanto che i suoi genitori iniziarono a chiamarlo semplicemente La Pianta, perché come sottolineò il dottore a cui quel caso venne sottoposto il pargolo era in tutto e per tutto un ortaggio. A due anni però avvenne il miracolo: la Pianta iniziò a fare sentire la sua presenza con un pianto lancinante che sembrò non aver mai fine. I suoi genitori, abituati al silenzio, debbono finalmente far i conti con quel nuovo essere umano, che grazie ad una barretta di cioccolato bianco e la complicità della nonna giunta dal lontano Belgio inizia a conoscere il mondo circostante. Un mondo che deve condividere con i suoi fratelli maggiori ‒ Juliette, degna di ammirazioni infinite, e André ‒, un padre console dalle eccellenti doti canore (è l’unico occidentale accettato nel mondo del teatro nō), una madre colta e due governanti dal carattere antitetico. Un mondo, quello del piccolo villaggio giapponese di Shukugawa in cui vivono, che si basa su regole maschiliste inique, che celebrano i maschi ogni maggio con carpe koi appese ad un palo, o rigide dinamiche sociali che dividono la società in caste separate. Purtroppo, Dio riceve raramente la venerazione che crede di meritarsi, e neanche per il suo compleanno, complice forse l’estate torrida, il suo villaggio la acclama con il giusto festival…

 

 

Questo romanzo, più di altri, dimostra la vena ironica di Amélie Nothomb. La scrittrice belga racconta la sua infanzia con immagini surreali, al limite del fantastico, che vanno al di là della semplice narrazione autobiografica tout court, donando un divertente ritratto dell’infanzia in generale. Il bambino come un Dio che esige l’ammirazione e l’attenzione di tutti gli astanti, a cui i suoi discepoli (gli stessi genitori che gli hanno dato i natali) devono sacrificare ore di sonno e vita privata. Il bambino come una star dai mille prodigi che vuole riflettori e riconoscimenti per ogni minimo movimento o per una nuova parola pronunciata. La Nothomb diverte sempre quando narra con il consueto linguaggio pulito che la contraddistingue la sua esistenza, fatta di vicissitudini grottesche, come nel caso di Stupore e tremori, o innamoramenti non sempre a buon fine, vedi Né di Adamo né di Eva. Si prende in giro e lo fa con la complicità del lettore, che gode dinanzi a tanta autoironia. La descrizione del Giappone è quella di una donna innamorata che riconosce però i suoi limiti più evidenti, senza mai stupirsi neanche di fronte agli atteggiamenti più eccentrici. Il rapporto, ad esempio, tra le due governanti, Nishio-san e Kashima-san, è raccontato come dato di fatto in un mondo in cui le classi sociali influenzano anche il linguaggio. Lì però è nata e si forma la sua coscienza, lì si ritrovano le sue radici emotive.



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