Mi chiamo Lucy Barton

Mi chiamo Lucy Barton
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Lucy Barton è costretta ad affrontare le complicazioni insorte dopo un intervento di appendicite. Nove settimane confinata nel letto di un ospedale a New York, come unica distrazione le geometriche luci del grattacielo Chrysler che le fanno compagnia durante le veglie notturne. La nostalgia di casa è intensa e sfortunatamente suo marito detesta gli ospedali e non va a trovarla spesso. A mancarle più di tutto sono le due figlie e quando un’amica le accompagna in ospedale ne è entusiasta. Le bimbe sono sporche e trasandate così decide di fare la doccia con loro, poi disegnano e chiacchierano, approfittando di quei momenti d’intimità. Un pomeriggio Lucy riceve una visita inaspettata, sua madre compare all’improvviso ai piedi del letto. Da anni non si vedevano, da quando Lucy avendo sposato un uomo di origini tedesche ha ottenuto la disapprovazione della famiglia e in particolar modo del padre. Ora sua madre, come a cancellare quel periodo di separazione attenuato da poche telefonate, si trova lì per lei, pronta a raccontarle della sua infanzia, della sua vita, delle scelte che ha fatto, svelando parola dopo parola la propria natura. Lucy ascolta, si lascia trascinare dai ricordi, riesce a dormire serena sapendo che la madre sarà lì al risveglio. Vorrebbe poter fare altrettanto, parlarle di sé, delle bambine, del lavoro di scrittrice e dei racconti che ha pubblicato, ma a ogni confidenza ottiene solo silenzio e ostinato disinteresse…

Elizabeth Strout nel settembre 2016 si è trovata a vivere in parte l’esperienza di Lucy Barton. Mentre si recava a Capri per ritirare il Premio Malaparte – istituito nel 1983 per iniziativa della mecenate e collezionista Graziella Lonardi Buontempo, con la collaborazione di Alberto Moravia ‒ vinto proprio grazie a questo romanzo, un malore improvviso l’ha costretta a un repentino ricovero al Cardarelli di Napoli, dove è stata operata di appendicite come la protagonista del libro. La disponibilità del personale medico ha favorevolmente stupito l’autrice, lasciando in lei una sensazione di protezione simile a quella che Lucy ha provato con il buon dottore dallo sguardo triste che segue la sua convalescenza. Con la chiarezza espressiva che le è propria, la Strout ha raccontato tante storie in una: quella di Lucy e della miseria in cui è cresciuta, quella di sua madre e del distacco emotivo con cui ha allevato i figli, quella di suo padre traumatizzato dalla guerra, Jeremy l’amico gay morto di AIDS, Sarah Payne la scrittrice tormentata e tanti altri. Piccole storie che narrano vite intense e drammatiche, tratteggiate in poche pagine e a volte una manciata di righe, come descrivere un campo di granturco e la bimba che vi corre in mezzo o una scalinata con due vicine di casa che chiacchierano. Lucy è una scrittrice, sa di esserlo fin da piccola, desidera raccontare la propria storia, la realtà della vita attraverso i suoi scritti, forse rappresenta la Strout e il suo modo di dare concretezza alle dure, sincere e semplici storie della provincia americana. O forse no, e come dichiara la Payne nel romanzo: “Non è il mio mestiere ricordare al lettore la differenza tra la voce narrante e il punto di vista personale dell’autore”.



 

 

 

 
 
 
 

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