Mi chiamo Sara, vuol dire principessa

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa

Ottobre 1983. La radio passa i Roxy Music, Donna Summer canta il suo ipnotico I feel love e a Sara Monfasani, quindici anni e un diploma di terza media, la vita nel minuscolo paese di Settima va stretta. Lei è sana, va bene. È bella e speciale. Lo legge negli sguardi degli uomini che la chiamano piccolina, che le offrono un caffè in cerca forse di qualcosa di più. Ha ingenuità e presunzione da vendere, ma anche una volontà di ferro, che le ha permesso di smettere di parlare con la erre moscia da sola, di racimolare lavorando come benzinaia il denaro necessario per scappare di casa. Obiettivo, studi radiofonici di Milano. Lì lavora Antonio, il deejay più in voga del momento, trentadue anni, occhi blu e sorriso magnetico. La sfrontata ragazzina fa breccia nella fantasia dell’uomo, che le cuce addosso un personaggio, una nuova identità: sarà Roxana, la “rosa di vetro”, principessa eterea e intoccabile, nuova stella della musica elettronica. Non ha bisogno di saper cantare, il playback farà la magia. Antonio la plasma, dal guardaroba metallizzato alle serate nei locali fumosi, le insegna cosa dire, come muoversi e sorridere. Da lì al farla diventare il suo piccolo segreto, la sua “bimba”, il passo è breve. Sara ha quasi sedici anni e vede realizzarsi tutti i suoi desideri. Lavora bene, è sana, è bella. Ha un uomo che si prende cura di lei, un mucchio di soldi nascosti sull’armadio, il suo singolo è in classifica, presto andrà in tournée…

Mi chiamo Sara, vuol dire principessa a primo impatto non colpisce. Per la trama, quasi banale. Per la protagonista che non ispira molta “simpatia”, anzi: la prima parte del libro – la fuga, i primi passi di Sara come Roxana e pupilla di Antonio – a tratti disturba, indispone. Appare irreale e artificiosa. Poi, magicamente, tutto funziona. E stupisce. Dietro la vita da “principessa” che l’imprudente Sara rincorre, una scintillante, kitschissima e avvolgente bugia, ecco apparire improvvisa e violenta una fragilità con cui è difficile non empatizzare. Violetta Bellocchio scaglia un personaggio giovanissimo, pieno di vita e aspettative, in un mondo vuoto, tossico e perversamente manipolatore, un grande teatro di marionette dai sorrisi di plastica in cui ognuno a conti fatti è solo con se stesso e deve combattere per non perdere il controllo. Sullo sfondo una Milano da copertina patinata, dove la moralità non è un valore primario e la finzione è accettabile e incoraggiata, che gira al ritmo martellante di hit anni Ottanta, sogni infranti, “meteore” fugaci. Sara/Roxana, la cui formazione viene narrata in prima persona e con estrema semplicità, scava nel dualismo, cerca la propria unicità procedendo per lacerazioni e sottrazioni, mentre i suoi pensieri evolvono in un flusso di coscienza trascinante e ossessivo che potrebbe benissimo scaturire dalla mente di una sedicenne fino a ripiegarsi in trip vorticosi, debilitanti. Una spiazzante sincerità, un’imprevista stretta alla gola.



 

 

 

 
 
 
 

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