Mi innamoravo di tutto

Mi innamoravo di tutto
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Non parlerò. Questi figli di puttana stanno provando a farmi vomitare l’anima a forza di botte ma io non cedo. Li insulto, li sfotto e tra un sorriso e l’altro cerco di nascondere il dolore che mi infliggono con i loro calci e pugni. Cerco di pensare con lucidità, ma mi risulta davvero difficile. Mi stanno trattando come un pallone da calcio e fidatevi che di calcio me ne intendo, dato che fino ai tempi del liceo ero un portiere promettente a cui avevano iniziato a interessarsi persino squadre di prima fascia. Ora questi bastardi sembra che si siano presi qualche minuto di pausa. Sono dei maestri della tortura, probabilmente avranno imparato dagli americani della CIA, quei maledetti americani che hanno consentito il perdurare di quel fascismo rispettabile che nell’Italia del Dopoguerra è diventato subito classe dirigente e centro del potere. So che non uscirò mai di qua, e allora tanto vale stare zitto e difendere la mia causa con le unghie e con i denti. Nella mia testa si fanno strada canzoni di rivoluzione e resistenza, ricordi di un passato presente che mi ha portato qui a respirare la stessa aria di questi servi di un potere che nemmeno sono in grado di riconoscere…

Mi innamoravo di tutto è l’opera prima di Stefano Zorba, al secolo Stefano Filippini, bresciano classe 1983 con alle spalle qualche album rap e un forte impegno civile nel movimento NoTav e nella difesa dell’ambiente. Il titolo fa ben sperare, così come la prefazione in cui l’amore viscerale dell’autore per Fabrizio De Andrè e, in particolare, per la criptica e dinamitarda canzone Coda di lupo, colonna sonora ideale del Movimento del ’77, si fa strada senza troppi giri di parole. Zorba è affascinato da quel movimento antagonista sfaccettato e frammentario, tanto da percepirne il fervore e lo spirito anche dentro sé, e infatti non c’è neanche mezza parola di questo breve libro che non risulti scritta con sincerità e autenticità. Il guaio però è che, al di là di una cruda e spontanea sincerità, tra le pagine di Mi innamoravo di tutto non c’è niente. Più che una riflessione ragionata sugli abusi di un potere che non sa distinguere tra dissidente e terrorista, il libro rappresenta uno sfogo sconclusionato in cui il dissidente protagonista viene selvaggiamente picchiato da alcuni agenti segreti talmente crudeli da risultare vere e proprie macchiette, mentre tra un flashback e l’altro si rimettono insieme i pezzi di una storia molto simile a quella dell’impiegato dell’arcinoto album di De Andrè. Il messaggio dell’autore è chiaro e diretto ma difficilmente riesce ad andare oltre lo “sbirri di merda” di una manifestazione liceale e, del resto, anche la colonna sonora mentale del prigioniero rimanda a quel tipo di slogan, con Linea 77, Banda Bassotti e Ministri a recitare la parte del leone. I dialoghi banali, il citazionismo “tanto al chilo” e qualche errore di battitura di troppo non contribuiscono a dare continuità narrativa a un’opera senz’altro ambiziosa ma affrontata con uno spirito troppo da “minchia oh si fa bordello” per risultare incisiva nel trattare tematiche così delicate e complesse. Fortunatamente è breve.

 



 

 

 

 
 
 
 

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