Mia cugina Rachele

Mia cugina Rachele
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Cornovaglia, metà del diciannovesimo secolo: un cadavere, quello di Tom Jenkyn, penzola da una forca. L’uomo è stato giustiziato poiché colpevole d’aver ucciso sua moglie, una megera. Ambrose, cugino e tutore di Philip Ashley (rimasto orfano a soli diciotto mesi), porta il ragazzino a osservare quel corpo penzolante; glielo mostra come fossero davanti a qualcosa di divertente, come fossero alla fiera di Bodmin. Ambrose gli vuole bene, e per questo lo mette continuamente alla prova: Philip, dal canto suo, non vuole altro dalla vita che somigliare a suo cugino; e allora finge, finge di non provare dolore – sebbene conosca quell’uomo – fino al punto da sputargli addosso. Poi, col permesso di Ambrose, vomita in un angolo, e subito ricomincia a trotterellare dietro al cugino. Ambrose è un misogino, uno scapolo, e Philip cresce in una casa di soli uomini, dove persino la servitù, il vecchio Seecombe, è tutta al maschile. L’unica compagnia femminile, per lui, è la figlia di Nick Kendal, il suo padrino. Ma, un giorno, Ambrose è costretto dal medico ad andare a svernare in Italia, a Firenze. E qui tutto cambia, poiché conosce la cugina Rachele…

Daphne Du Maurier (1907-1989), la scrittrice inglese nota al grande pubblico soprattutto per Rebecca, la prima moglie, indaga l’imperscrutabile animo di Rachele con le sole armi della penna e del talento. Un po’ ce la svela, e un po’ ce la racconta, questa donna inafferrabile, mantenendo quell’alone, quella nebbia del sospetto, del non detto, del “Potrebbe essere…” che così bene la contraddistingue, come scrittrice. E ne fa storia, legittima poiché tratteggiata dall’occhio semplice d’un uomo, per di più imberbe, che non ha mai conosciuto l’amore. E ne fa stile. Un po’ intriga e un po’ allenta la tensione, per poi sferrare un colpo ancor più grande che, tuttavia, non è mai quello finale. Dissemina indizi, poi li smonta, li ricompone: fino a farci chiedere, quasi con gli occhi di Phil, chi sia davvero la cugina Rachele. È tante donne in una, tante possibilità e quindi: nessuna; ella rimane, dunque, avvolta in quella comoda nebbia che ne svapora i lineamenti, come per legittimarne ogni azione potenzialmente compiuta o mai stata.



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