Mia madre è un fiume

Nel 1942, in Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, nasce Esperia Viola. Figlia di contadini, sin da piccola impara a misurarsi con il lavoro nei campi. Diciottenne, sposa Cesare e diventa madre di una bambina. Avara di carezze, educa sua figlia con severità, non si lascia andare a slanci amorevoli e rifugge smancerie di ogni genere. La piccola soffre di questo atteggiamento e non riesce a spiegarsi la “distrazione affettiva” di sua madre. Gli anni passano e quella bambina diventa una donna, mentre Esperia si fa anziana e viene colpita da una malattia che le porta via i ricordi. La sua mente diventa una notte senza luna e sua figlia, chiamata ad attenuare quel buio, si troverà faccia  a faccia con il sentimento di odio-amore che nutre nei confronti di sua madre…

Lo spermatozoo di un uomo feconda l’ovulo di una donna e un preziosissimo granello di carne prende dimora nel grembo di lei, si nutre del suo sangue e vive della sua esistenza. Per nove mesi, due soffi vitali si respirano vicendevolmente: il soffio–madre avvolge il soffio–figlio che, senza timore, si abbandona alla sua protezione. Quando il soffio-generato è pronto a respirare il mondo, si stacca dal soffio-generante e prende ad abbeverarsi autonomamente della vita. Il distacco tra i due si rivela però solo placentare poiché madre e figlio sono - per natura - un’unica carne e anche nel mondo lei continua a vivere per lui e lui continua ad affidarsi a lei. Ma cosa accadrebbe se le difficoltà economiche, la durezza del lavoro, i costumi epocali e il carattere personale impedissero alla madre di comportarsi affettuosamente e la rendessero sorda al richiamo del figlio? Questi continuerebbe ad amarla incondizionatamente? I due sarebbero ancora soffio generante e soffio generato? Nido di parole che si cercano, si legano, si intrecciano e partoriscono spessore e bellezza, questo primo romanzo di Donatella Di Pietrantonio è l’analisi piena e aggraziata di questi interrogativi. È l’esplorazione di due vite che si dischiudono tra i cumuli del tempo, che si rincorrono tra ricordi e tradizioni, che si riscoprono gravate dalla fatica di parlarsi e animate dal desiderio di ascoltarsi. La prosa dà voce al sordo gridare di una figlia che dopo avere implorato inutilmente le attenzioni di sua madre si impone di disamorarsene, ma fallisce e continua nostalgicamente a cercarla. La fluidità delle sillabe echeggia il rispondere tardivo e traballante di una madre che pur caduta nell’oblio generato dalla malattia, fiuta in estremo la sua progenie, l’attira a sé e quasi irrealisticamente le sussurra: “Meno male che sei venuta, ti ha parlato l’angelo all’orecchio”. Incarnando un legame intessuto di sangue e latte, disegnando gli odori e diffondendo i colori di una terra che sa di roccia e di mare, Mia madre è un fiume si muove come una piuma d’acciaio nell’animo del lettore poiché lo tocca con leggiadria, lo scuote con forza ficcante e lo riempie fruttuosamente di sé.



 

 

 
 
 
 

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