Mia venerata ‒ Lettere d’amore

Mia venerata ‒ Lettere d’amore

Friedrich ha trentadue anni e insegna lingua e letteratura greca all’università di Basilea. La vista è debole, le emicranie e le febbri non gli danno tregua. Ma ciò che lo affligge più di ogni altra cosa è la mancanza di una compagna, “una persona che valga la pena venerare”. Una necessità che gli opprime l’anima, come se gli mancasse ossigeno vitale. Il 9 aprile 1876 a Ginevra conosce Mathilde Trampedach, ventitré anni, russa. Due giorni dopo le scrive “Vuole diventare mia moglie? Io L’amo, e per me è come se Lei fosse già mia”. Il 15 aprile, dopo aver ricevuto un rifiuto, le scrive ancora e le chiede perdono. In agosto conosce la “bella biondina” Louise Ott. Presto scopre però che è sposata e ha un figlio e, nonostante lei sia disponibile ad una relazione clandestina, Friedrich preferisce prendere le distanze. L’1 luglio 1877 confida all’amica Malwida von Meysenbug: “Di qui all’autunno ho dunque un unico bel compito, trovarmi una donna, anche a costo di doverla prendere dalla strada: gli dei mi diano l’animo necessario a quest’impresa!”. Sarà proprio l’amica a presentarle nella primavera del 1882 Lou Salomé, figlia di un generale russo, in visita in Italia con la madre. In quella occasione la giovane conosce anche Paul Rée, filosofo e amico di Nietzsche. Il Nostro presto è innamorato perso, ma tra i tre amici nasce uno strano triangolo (casto?) destinato a durare alcuni anni e a concludersi bruscamente e poco serenamente. Poi Friedrich conosce Cosima, la moglie di Richard Wagner, una amicizia che, per lui soltanto, negli anni si modifica. Fino a che arriva il tempo della follia. Torino, 4 gennaio 1889: “Arianna, ti amo. Dioniso”…

Un’altra piccola gemma nella preziosa collana I Pacchetti de L’Orma. Non si tratta, ovviamente, dell’epistolario amoroso completo di Friedrich Nietzsche, ma di pagine scelte, anche solo biglietti, a volte semplici bozze che non sono mai state inviate. Il curatore, Matteo Anastasio, parte dal 1876 quando il filosofo ha trentadue anni per arrivare agli anni tragici della follia. In quattro piccoli capitoli emergono aspetti poco noti della sua complessa personalità che potrebbero spiazzare parecchio chi lo ha conosciuto tra le pagine dei suoi libri. Conosciamo un uomo – non il filosofo, appunto – che del rigore delle sue opere conserva poco, ma piuttosto è malinconico e sofferente, e spesso si lascia andare a sentimenti di ira, di profonda delusione e traboccanti di disprezzo. Un uomo soltanto, come tutti, triste e desideroso soltanto di avere qualcuno accanto. Ecco allora parole sommesse: “Ma sono convinto che esista una voce per me a questo mondo, e io la sto cercando. Ma dove sarà mai?”. Ma anche dolorosamente aspre: “Per il resto, non voglio avere più niente a che fare con Lei. È stato uno spreco di amore e sentimento del tutto inutile. E a dire il vero, io ne ho in eccesso”. Sempre puntualmente respinto il povero Friedrich, sempre sofferente, deluso da amici e amori a senso unico, passioni a volte improvvise come temporali estivi e concluse allo stesso modo davanti al diniego. Il più lungo e sofferto (e anche noto), quello impetuoso per Lou Salomé. Come dice il curatore nella bella prefazione:” Si tratta per Zarathustra di apprendere una lezione: la materia d’amore è una prova di forza”. Eppure pare emergere anche che “dietro la tensione amorosa si nasconda anche un desiderio di assoggettamento”. La razionalità non aiuta affatto, come è ovvio, quando si tratta di qualsiasi tipo di bisogno d’amore, e scrive ancora Fredrich ad un amico: “I saggi come me, però, amano solo fantasmi – e guai se amassi una persona! – perché questo amore mi annienterebbe. L’uomo è una cosa troppo imperfetta”. Verrebbe da dire: Friedrich, non ricordi? Lo hai detto tu stesso: “Umano, troppo umano”.



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