Mickey Mouse

Nel 1930 l’autorità berlinese addetta al controllo e alla censura delle opere cinematografiche dà la sua approvazione per la distribuzione de I due cavalieri di Minni, il quarto lungometraggio di Topolino. L’accoglienza del pubblico è tiepida, ma la programmazione dei cartoni animati prosegue, e le proteste dei nazisti che ancora non sono al governo – vi saliranno, purtroppo, a fine gennaio del 1933 – si rivelano veementi: definiscono Mickey Mouse come un ratto nevrastenico, miserabile, meschino, l’emblema di una cura di abbruttimento del capitale, la prova che l’industria tedesca dello spettacolo stia correndo verso l’innegrimento e l’americanizzazione, rinnegando la propria originalità. D’altro canto, diversi intellettuali europei interpretano i film di Walt Disney con protagonista Mickey Mouse come emblema del dibattito contemporaneo su arte, politica e tecnica: sono, a loro dire, pellicole avanguardiste, antiborghesi e moderne, simboli per cui la cultura di massa può essere analizzata in senso altamente politico. La figura ibrida e “inumana” di Mickey Mouse sconfessa e distrugge i valori eterni del falso universalismo dell’umanesimo borghese, chiama la politica a reinventarsi e reinventare la relazione tra umano e natura…
Lo “zio” Walt e i suoi personaggi, in primis Topolino, sono dei miti per grandi e piccini, e sono stati interpretati – e fraintesi – da ogni punto di vista. Paperino è stato un testimonial della propaganda antinazista, mentre c’è chi parla di un Disney  sostenitore del maccartismo e della caccia alle streghe nei confronti di coloro che, in sintesi, per così dire, erano sospettati di essere un po’ troppo di sinistra, e chi, dal canto suo, ne narra la figura osservandola da tutt’altra angolazione. Come Mariuccia Cotta nel suo Prima stella a sinistra (Bompiani), che suona molto più credibile, vista l’etica delle storie disneyane, troppo semplicisticamente definibili come “per bambini”, il sistema di valori, l’attenzione per gli ultimi. Ma altro che Fenomenologia di Mike Bongiorno, con tutto il rispetto per il compianto “Mister Allegria” e per Umberto Eco: Walter Benjamin, autore non a caso de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, scrivendo Mickey Mouse dà alle stampe un saggio straordinario, denso di significato, complesso ma chiaro, che nel solco della riflessione sul senso stesso dell’arte racconta del fascino che esercitano il cinema e il disegno animato, del loro ruolo nella cultura di massa e nell’immaginario collettivo, dimostrando come l’aggettivo “popolare” non sia affatto sinonimo di “basso”.

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