Microcosmi

Microcosmi

Chiara e Davide: un primo incontro fuori dagli schemi per entrambi, che agli appuntamenti organizzati sui social non hanno mai creduto e dei quali hanno sempre diffidato. Eppure tramite uno di questi che avviene il loro primo incontro, con curiosità, forse sono tutti e due spinti da un sesto senso che li fa andare nonostante le apparenze e i luoghi comuni. E la scelta appare subito quella giusta. La loro è una relazione che sboccia e fiorisce, matura e si rafforza nei primi mesi che poi diventano anni e il matrimonio è il coronamento di un sogno e una nuova porta che si apre. Ma quel tempo che, nel sogno di Chiara e Davide, dovrebbe durare a lungo, per l’eternità, ecco che all’improvviso, dall’oggi al domani, nel giro di pochi anni si interrompe. Quattro anni, sette mesi e due giorni: ecco il tempo che verrà loro concesso. Perché a Davide viene diagnosticato un male incurabile la cui unica prospettiva è quella di allungarne il decorso con cure palliative alle quali l’uomo non accetta di sottoporsi, preferendo vivere l’attesa nel modo che lui sente più naturale. Sono decisioni pesanti, che spezzano la felicità data per scontata. Inizia così il calvario della coppia, perché il dolore è condivisione: le lunghe attese nelle sale d’aspetto, le brevi diagnosi che sono come sentenze e il lento e progressivo spegnimento dell’uomo. Per Chiara incomincia un tempo fatto di ricordi e di prospettive, di dolore reale, immaginato, valutato e a poco occorre la presenza dei famigliari e degli amici, che spesso non riescono a trovare le parole giuste, semmai ce ne fossero, per dare il conforto necessario a chi attende un destino inesorabile…

Stimare il dolore provato misurandolo in una scala da zero a dieci; ingabbiarlo dentro a un numero che dovrebbe rappresentarne la potenza, la vera faccia. Per Chiara questo strumento è devastante perché sa che il suo dolore corrisponde al massimo, a quel dieci che nessuno vorrebbe mai pronunciare. Nella parabola discendente della coppia tocca a lei, la superstite, il compito dell’accompagnamento, a lei spetta di provare il dolore diverso e terribile dell’attesa e dell’impotenza. Si tratta di una situazione che può narrare solo chi ne è stato testimone, chi quel mare di attese e quello stillicidio di notizie ha dovuto attraversare. Così è per l’autrice che, ispirandosi a un’esperienza personale qui elaborata, ha creato questo racconto tragico ma che contiene in sé anche un germe di speranza che non vi vogliamo svelare. Scritto con garbo e con uno stile diretto e attuale, il romanzo di Anna Piazza rientra in quel microcosmo di narrazioni che scaturiscono dal forte impatto con una situazione drammatica. Cito ad esempio l’ottimo romanzo di Marco Peano, L’invenzione della madre, che non molti mesi fa fece breccia nel cuore e nella teste di molti lettori. E proprio di microcosmi si parla in questo romanzo, immaginando per ognuno dei protagonisti un personale piccolo cosmo in miniatura dentro il quale egli nasce, vive, muore o sopravvive a qualcuno. In questi microcosmi si viene a patti con certe parole che, fino a quando non ti toccano, non fanno sentire il loro reale peso. Se ne imparano di nuove, drammatiche e drastiche, si impara il concetto di felicità proprio perché ci sta per essere portato via.



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