Migrante per sempre

Migrante per sempre

Sicilia, anni Cinquanta. Che strazio sentire Pippuzzo che si agita, strilla e chiama a gran voce sua madre, come se lei fosse ancora lontana e non lì, accanto a lui. L’assenza della mamà pesa a tutti e cinque, la nanna e lu nonnu fanno di tutto per tenere i ragazzi sotto controllo ma la separazione pare infinita. Dov’è questa Germania che si porta via tutti? Che vita fa lì la mamà? Fa la signora, è ricca, ha una bella casa? Così passano gli anni fino al momento in cui tutti questi dubbi sono destinati a trovare la più amara delle risposte: i ragazzi devono raggiungere i genitori in Germania, trovarsi un lavoro (se hanno l’età per farlo) e imparare ad apprezzare quel gelo, quel grigio, quella lingua aspra, quella nuova vita. Ma quale vita, si chiede Lina? Lei che vuole studiare, vuole fare l’ostetrica, vuole ascoltare, ragionare, capire. Impossibile confidare questi pensieri ad Agatina, lei il sabato dopo il lavoro si rintana con la sua minigonna in qualche locale pieno di tedeschi, ma che vuole fare? Trovarsi un marito lì? Nemmeno Gianna la può capire, Gianna che da bambina era sua compagna inseparabile e invece ha mollato gli ormeggi, ha fatto la fuitina e se n’è scappata a Roma col suo Rosario. La mamà poi, impensabile: austera, seria, tutta senso del dovere e della responsabilità. Non un abbraccio, una tenerezza, per forza Pippuzzo piangeva quando tornava in Italia per le ferie. Lavorare, lavorare sempre, senza permettersi di schifare nulla: eccolo l’insegnamento ferreo della mamà. E i suoi sogni allora? Andare avanti a studiare, imparare, ragionare, capire? Davvero devono essere sepolti in mezzo a gente che li chiama cannibali?

Una storia amara ma non triste, ispirata a una storia vera, attualissima e così umana, con tutte le durezze e le fragilità che in ogni persona convivono. Umani sono tutti i personaggi, tanto che ci si potrebbe ritrovare, in uno o nell’altro: c’è la ferrea madre che sfida le convenzioni sociali a casa sua ma in maniera (apparentemente) incomprensibile è remissiva in terra straniera. C’è la nonna che con la madre ha un rapporto quasi telepatico e pure sfida le convenzioni perché quella non è la figlia ma la nuora. C’è Gianna che trova la salvezza in una scelta tutta solitaria, fuggendo di casa senza preoccuparsi di chi va e chi resta. C’è Agatina, tutta figlia di quella Sicilia di metà XX secolo, con il matrimonio come unica prospettiva, sguardo basso, devozione. E poi c’è Lina, Linù, Linuzza, quella diversa che vuole studiare, non si accontenta, ha bisogno di capire: perché quando torna si sente straniera come quando è andata? Momento vibrante della storia è quello in cui, sola in terra patria quasi più che in Germania, Lina incontra Rosario, sola come lei, migrante come lei. Nel contesto di questa splendida amicizia femminile si distilla il significato profondo del romanzo, qualcosa che non dipende dal luogo in cui si è ma dal proprio luogo interiore: “Non sono gli altri a trattarmi da straniera: sono io che ho attraversato troppi luoghi e troppe tribù, per poter scegliere di appartenere a una sola”. Una storia di oggi che è storia di chiunque si sia sradicato almeno una volta nella vita: quando parti sei quello che se ne va, quanto torni sei uno straniero, mentre sei fuori sei un ospite. In fondo, l’unica vera casa è dentro di noi.



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