Milano rapisce

Milano rapisce

Da qualche parte a Milano, o nei dintorni. L’ex colonnello dell’esercito Giacchetti è disteso su una branda quando vede accendersi una luce bianca sotto il numero 5 della plafoniera. Si affretta al tavolo e si siede, prendendo il microfono e facendo attenzione all’altoparlante, entrambi incastonati sul muro. Dall’altro lato della linea c’è la signora Laura Filo, maestra delle elementari in pensione: è spaesata e chiede al colonnello se sia stato lui a rapirla. Il colonnello cerca di rassicurarla, non è un rapitore, ma anch’esso un rapito che si trova in quella stanza da diverse settimane, cosa che gli ha permesso di comprendere qualche dinamica, che si affetta a spiegarle: la plafoniera conta di dieci luci, sotto le quali sono segnati altrettanti numeri. La signora Filo è l’ultima arrivata e va ad aggiungersi al colonnello, alla giornalista Caterina Palazzi, al direttore Andrea Cavilli e al misterioso Kundan, indiano poco loquace. Gli ospiti sono dunque per ora solo cinque, di conseguenza ci saranno altri rapimenti. Il rapitore inoltre sembra divertirsi a farli comunicare in coppia attraverso questa specie di interfono, sebbene il colonnello non ne abbia ancora compreso il motivo. Nel frattempo, il commissario Luponi, nella sua casa nei pressi di Gorla, si accinge ad andare a letto. Qualche giorno prima una persona è scomparsa nei pressi di Città Studi, tale Andrea Cavilli: i media ne hanno dato solo poche ora prima la notizia, e l’indomani la moglie dello scomparso si presenta dal commissario per far partire le indagini…

Dal 1992 giornalista del “Corriere della Sera”, attualmente vice-caposervizio nella cronaca milanese e osservatore puntuale della situazione sociale nelle periferie italiane, Matteo Speroni non è un novellino delle avventure letterarie – I diavoli di via Padova, Brigate nonni e Il ragazzo di via Padova le opere precedenti. Per questa sua quarta impresa, lui stesso afferma di essersi ispirato, almeno per quanto riguarda l’ambientazione, al film science-fiction Cube – Il Cubo, diretto nel 1997 da Vincenzo Natali, apportando inevitabilmente delle modifiche. Milano rapisce è più un giallo anomalo che un thriller vero e proprio, e la sua anomalia si presenta in due maniere: da un lato l’assenza di spargimenti di sangue; dall’altro la quasi totale mancanza di azione, che gioca a favore di un’adesione il più possibile coerente a quella che è la realtà delle indagini, senza invenzioni di alcun tipo. Sebbene queste due caratteristiche possano far pensare ad un plot noioso, cerebrale, lento e poco attraente, la lettura di Milano rapisce fuga ogni dubbio. Quello che si presenta agli occhi dei lettori è un romanzo costruito e curato in ogni minimo dettaglio, ed in questo emerge senza dubbio l’anima più giornalistica dell’autore, che in esso ha rappresentato inoltre una descrizione acuta di Milano. Una Milano multietnica, con forti contrapposizioni tra centro e periferia, popolata da ricchi che conducono una vita agiatissima, e al tempo stesso da poveri, immigrati e reietti che sono emarginati. Milano rapisce è un noir che esplora queste condizioni sociali con acume e lucidità, astenendosi da qualunque tipo di (pre)giudizio e per questo rappresenta una delle cartoline più aggiornate della capitale economica del nostro Paese.



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