Mio fratello

Mio fratello
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Jamaica proviene da una numerosa e confusa famiglia e per buona parte della sua giovinezza vive ad Antigua, isola delle Antille, in mezzo alla povertà e con una madre anaffettiva, sprezzante, impermeabile, presa dal lavoro e dall’impartire insegnamenti non richiesti, trucioli di tradizionalismo spacciati per saggezza. Vive anche con una serqua di fratelli coi quali non ha grandi rapporti. Alcuni sono figli di altri padri, altri è come se fossero estranei lo stesso. Per sfuggire ad una vita di miseria e ad una logica di sottomissione, di accettazione passiva della propria condizione umana e sociale, Jamaica va via. Ribellandosi alla decisione della madre di ritirarla dalla scuola, si trasferisce nel Vermont per continuare a studiare. Sposa un uomo che si è scelta e mette al mondo due figli. Una vita serena, tutto sommato. Una bella casa che fa sbiadire sullo sfondo le quattro assi di legno lasciate ad Antigua. Fino a che il campanello dell’isola non suona di nuovo con una notizia ferale che riattiva con riluttanza tutte le connessioni familiari spente e arrugginite: suo fratello, quello più piccolo, quello che lei ha accudito e al quale ha lasciato il pannolino e il culo incrostati di merda per non riuscire a staccarsi da un libro; quel fratello minore dall’inglese storpiato e con la pretesa di sfondare nella musica reggae, sta morendo. È risultato positivo al test per l’HIV e ad Antigua non esistono farmaci né ospedali né competenze per poterlo né guarire tantomeno stabilizzare. Jamaica lascia la sicurezza ovattata del Vermont per mettere la sua conquistata emancipazione, le conoscenze americane e una certa agiatezza economica a disposizione di quell’arretratezza agghiacciante per fare arrivare a suo fratello, dagli Usa, i potenti farmaci che lo tengono in vita. La malattia e il suo decorso sono la via presa da Jamaica per scoprire quello che non aveva mai saputo di quel ragazzo così sfuggente, cocciuto. Una verità molto più profonda, molto più dolorosa, molto meno spiccia, che ingoia tutta la sua famiglia, il paese dal quale proviene e, a tratti, anche se stessa, e sputa una povertà abissale di tasche e di cuori…

Non è un sogno ad occhi aperti, non è una fiaba a lieto fine. Il memoir della Kincaid è una lama sottile che provoca ferite e squarcia il velo su una piaga che è familiare, ma anche sociale. L’AIDS falcidia le isole delle Antille preda di ospedali inadeguati a prevenire e gestire il contagio; impreparati sui protocolli sanitari necessari; di famiglie troppo povere per potersi permettere gli antiretrovirali e troppo superstiziose e retrograde per accettare lo stigma della sieropositività. Dietro, c’è un sistema di disagio e isolamento sociale, un pregiudizio dettato dall’ignoranza e da un immaginario scarno di educazione e informazione. C’è un governo corrotto e relazioni troppo sbrindellate per rintracciarne una qualsiasi flebile forma di equilibrio. La sieropositività, nella pletora dei luoghi comuni, è sorella gemella dell’omosessualità. Due stigmi, due vergogne. Due traumi da tenere nascosti. Questo è il quadro senza orpelli dentro il quale Jamaica Kincaid incastona la sua vicenda autobiografica, dentro il quale con una compassione sottile tenta di riabilitare – ai suoi occhi e alla sua storia familiare – un fratello preso sempre e solo per quello che mostrava: un poco di buono, ladruncolo, malato di sesso. Malato e basta. Dentro il quale cerca di rintracciare anche una madre vissuta e subita come un peso sul cuore e sulla coscienza, come una finestra chiusa nella canicola estiva; il raffio che sempre ha tentato di ricondurla all’atroce aridità dalla quale è scappata. Una madre che ha assolto il suo essere madre come un compito istituzionale fatto di presenza, ma all’interno del quale l’affetto, la comprensione erano banditi come frivolezze inopportune. Con una scrittura dal tratto a volte infantile, piena di riprese e ripetizioni, è come se incidesse la sua storia su un mattone, di quelli rossi, pieni, che si possono scalfire solo con uno strumento appuntito. Le parole che usa, il ritmo che dà alla narrazione, il fatalismo spietato e freddo che vi striscia dentro sono esattamente quel punteruolo che traccia, come una costellazione nella quale nessuna stella può disgiungersi dall’altra, l’universo interiore ed esteriore scoperto e riscoperto un pezzo doloroso alla volta. Una introspezione che tracima e ricostruisce una biografia secca come un albero infestato dai parassiti e la realtà di un Paese preda di un’arretratezza che fa più vittime della malattia stessa. “E allora pensai, con più amarezza del solito, quant’è sfortunata la gente che se la prende col razzismo anziché con le pieghe sbagliate, disastrose, che la vita certe volte prende; giacché le difficoltà della vita, il corso bizzarro degli eventi, la fortuna, la buona occasione perduta, il potrebbe-capitare-anche-a-me, sono così impossibili da accettare che in un certo senso dev’essere molto comodo prendersela con il male fin troppo reale del razzismo”.



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