Mio nonno era un mago e mia madre era comunista

La vista del giardino riporta tutti i ricordi a galla: è qui che ha visto la nonna per l’ultima volta. Era da poco passata una Pasqua molto luminosa di fine aprile e lei aveva messo in atto una delle sue fughe da Alzheimer. L’aveva trovata la badante bulgara, sdraiata sul terreno in mezzo ai fiori. Perché la nonna ama i fiori, in particolare le fresie, che mangia a mucchietti e che non si è fatta mai mancare nel giardino di quella casa dove ha sempre vissuto con il marito, il contadino-mago e sua sorella zoppa. E il senso di questa perdita ora è tutto qui, in questo spazio verde che riporta Luce indietro fino agli anni che l’hanno vista bambina, in un carnevale in maschera, ad esempio, in cui è una regina di appena sei anni che spera di non essere chiamata sul palco, con un coetaneo vestito da Charlie Chaplin a cui la mamma ha disegnato i baffetti con una matita a carboncino, che ha la stessa speranza di essere ignorato, anche perché quei baffi si stanno sciogliendo per il caldo. La mamma si sta innervosendo e lui continua a ripetere a Luce: “Sotto al cappello mi fa male il sudore”. E poi quella volta con la nonna in cui ha partecipato al coro del convento delle suore, per poi andare a vedere gli affreschi o quell’altra ancora, la prima volta che è stata lì dentro, con l’impressione che le statue e anche i muri le parlassero... Un giorno Luce torna a casa da scuola con la faccia livida e piena di rabbia. Esclama: “Nessuno mi vuole, mi odiano tutti ed è tutta colpa loro. Tuo marito che legge le carte e tua figlia che se ne va in giro con quei suoi amici pazzi a urlare per strada!”...

C’è indubbiamente un modo di scrivere che arreca piacere all’anima. Si fa riferimento a quelle descrizioni ricche di particolari, ma mai banali, anzi esercitate con una scrittura forbita (ma non difficile) e parole ricercate che ormai non usiamo più e che ti fanno correre quel brivido lungo la schiena che si prova quando l’emozione dell’incontro con un vecchio amico è davvero forte. Ecco, questa è la prima caratteristica del modo di scrivere di Valeria Santoleri che balza immediatamente agli occhi e che senza dubbio coinvolge, a volte anche più della storia, che soprattutto nelle prime pagine invece risulta leggermente ostica, concentrandosi su un ritrovare quel giardino e quella casa, per poi perdersi in ricordi che per buona parte (tutta la prima metà del libro) sono ancorati alla nonna, alla sorella zoppa, ma lontani dal “nonno mago e la mamma comunista” che pure fanno parte del titolo e il lettore si aspetta di trovare come protagonisti del libro. Tra i tantissimi ricordi di una ragazza curiosa e piena di interessi, cresciuta, senza limiti culturali, tra sacro e profano, si intravedono tracce di mobbing e bullismo attraverso tutte quei meccanismi che servono a tener lontana ogni tipologia di “diverso”. E spesso è solo paura perché molto più intelligente e preparato di noi. Le mamme delle compagne di scuola di Luce mostravano ritrosia, attaccandosi alle scuse della cartomanzia o del comunismo, ma le figlie accoglievano queste chiacchiere con enfasi perché non erano proprio all'altezza della loro compagna che tra le tante cose, insieme ai rituali popolari, alla saggezza contadina, all'arte, alla vita dei Santi e molto altro ancora, conosce pure Iliade e Odissea a memoria e nella versione integrale, non in quella edulcorata per le scuole medie.

 


 

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