Mio padre danzava a Shanghai

Mio padre danzava a Shanghai
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La vita di una famiglia dal finire degli anni '30 agli anni '60, metà in una Shangai sospesa tra romantico colonialismo e venti di guerra imminente, e metà in una solare e ottimista Los Angeles. Il tormentato amore tra un uomo difficile, uno spregiudicato faccendiere sfortunato ed individualista e la sua bellissima, eterea moglie, visto con gli occhi della loro figlia, che cresce con due mondi lontanissimi chiusi nel cuore: la Cina e l'America, e non sa quale amare di più...
Complesso sul piano strettamente narrativo, maturo nell'affrontare passioni e sentimenti, il romanzo di esordio della giornalista Bo Caldwell è una piacevolissima sorpresa. Pur evitando accuratamente sperimentalismi e rimanendo costantemente nel solco rassicurante dell'affresco storico-romantico che tanta fortuna ha avuto nel linguaggio soprattutto cinematografico, Mio padre danzava a Shanghai (a proposito, la forzatura nella traduzione italiana del titolo originale The distant land of my father si sarebbe anche potuta evitare) ci regala ore di pura emozione. La storia cinese degli anni a cavallo della Seconda Guerra mondiale, con i suoi drammatici rivolgimenti, gli ultimi respiri del vecchio mondo colonialista, delle sale da ballo, dei gentlemen con il borsalino bianco e delle cantanti con il cheongsam ricamato. E poi i campi di concentramento giapponesi, luoghi di barbarie indicibili, e infine l'avvento del comunismo e la cacciata degli europei. Su questo sfondo multicolore si stagliano le figure dei quattro membri di una famiglia, innamorati ed infelici, ognuno a suo modo. Una ragnatela di rancori e legami che cattura la nostra attenzione e la lascia soltanto alla parola fine, ben sorretta da uno stile denso e pittorico e da una sempre gradevole accuratezza storica.

 

 

 

 
 
 
 
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