Mio padre era comunista

Mio padre era comunista
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Virginio è sconvolto, la rivelazione carpita con piglio e determinazione al vecchio compagno di suo padre, Silvio, gli ha cambiato la visione del mondo. Il suo genitore, morto suicida, aveva una relazione extraconiugale, che andava avanti da anni. Addirittura con un altro membro femminile della sezione del partito di cui era fiero e intransigente componente. Tanto da millantare all’estremo gesto poi compiuto una componente politica. Dunque dietro quella marmorea ed apparentemente imperturbabile considerazione dell’esistenza e del fare politica si celava una doppia vita e chissà quali altri oscuri misteri. Il figlio ora è travolto dai dubbi: come comportarsi per esempio con la madre malata, che magari sapeva tutto senza darlo a vedere ma che non aveva mai smesso di regalare al marito cure e attenzioni? Altrettanto difficile poi indirizzare e mantenere intatta la sua vita da manager spietato e di successo ma emotivamente infelice a causa dell’ormai asfittico rapporto con la compagna, incapace di liberarsi dal ricordo del primo marito morto in un incidente stradale e della esigenza di riplasmare la propria idea della vera identità di suo padre alla luce di questa imprevedibile scoperta che potrebbe nascondere altre dolorose rivelazioni. Per ora Virginio ricompra la sua vecchia macchina e riflette, anche perché tramite la sua potente azienda stava per acquisire la vecchia ditta del padre al fine di vendicarne la morte…

Al rapporto padre-figlio la narrativa mondiale ha dedicato corpose pagine, si sa. In questo caso la prematura e drammatica perdita – già di per sé abbastanza difficile da digerire – acquista nuovo significato scoprendo i segreti del genitore, uomo che si diceva capace di morire per i suoi ideali ma che nascondeva quali fossero i profondi dissidi della propria vita. Romanzo dallo svolgimento abbastanza lineare questo di Luca Martini, in cui i colpi di scena non irrompono o stravolgono il racconto dei fatti. Anzi son resi abbastanza prevedibili e consequenziali dallo sviluppo della narrazione. Asettico lo stile, privo di fronzoli od orpelli, ricorda a chi lo ha letto l’esordio letterario di Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi anche se qui anche i traumi hanno meno sfaccettature e le psicologie appaiono ben meno complesse, anche se talvolta complessate. Una storia volendo dai toni blandamente gialli o psicologisti, dove compare molto meno politica da quel lascia apparire il titolo, e comunque l’attività viene connotata sempre con aspetti negativi, più che costruttivi. Decisamente più delineati i risvolti a tinte edipiche dell’amore/odio filiale, con in più un egocentrismo ed egotismo del protagonista che talvolta sfiora la patologia. Le eventuali catarsi che poi emergono nella vicenda non sempre possono arrivare ad un superamento dei propri limiti, anzi, magari solo evidenziarli ed accettarli. Un racconto di formazione, insomma, anche se questa nuova nascita avviene verso i quaranta anni.



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