Mio padre era fascista

Mio padre era fascista

Quando si è arruolato come volontario nell’esercito per difendere la Patria aveva appena diciotto anni. Non ne aveva neanche ventuno quando, di ritorno da Salonicco, all’indomani dell’8 settembre del ’43, optò per la Repubblica Sociale di Salò e non fu “un impennamento dell’anima a farlo passare dall’altra parte”, ma una scelta consapevole e sofferta: Vittorio Battista ci ha creduto davvero in quell’ideale di stato nazionale e sociale. Ha scelto di indossare la divisa dell’esercito italiano e di rimanere nel fronte dei vinti in un’età in cui il figlio, Pierluigi, non riesce a immaginare cosa significhi sacrificare l’esistenza per un ideale, trovarsi al bivio di un dilemma morale che ti costringe a decidere quale direzione prendere. Il ragazzo ha tutta la vita davanti e un ardore giovanile che lo porta a dichiarare guerra al padre, ai suoi fantasmi di un passato da vinto, che nostalgicamente mostra al figlio le forme gloriose dell’architettura fascista, mentre vive un lacerante presente da esule in patria. Vittorio, giovanissimo balilla mai pentito, cova dentro la rabbia per quell’etichetta di fascista, usata come mero termine spregiativo. Pierluigi rifiuta il mondo del padre, sceglie di stare “dalla parte giusta”, diventa un militante comunista e le parole dello scontro politico traducono lo scontro generazionale. Il 16 aprile del 1973, a Roma, in un incendio nella borgata Primavalle, muoiono un bambino di dieci anni e il fratello di ventidue, figli di Mario Mattei, segretario di una sezione del Movimento Sociale Italiano. Gli autori del delitto sono membri di un movimento di estrema sinistra. Nell’impeto della lotta politica, Pierluigi si schiera con i manifestanti che chiedono la scarcerazione di Lollo, uno dei colpevoli. Vittorio, invece, stimato avvocato del foro romano, ha assunto la difesa di Mario Mattei: sulla scrivania, ha un voluminoso faldone; sono le carte processuali che parlano di un delitto compiuto per produrre il maggior danno possibile nell’appartamento di appena 40 metri quadri in cui vivevano gli otto componenti della famiglia Mattei. La lettura attenta delle carte e la spaventosa portata umana di quei fatti sono per Pierluigi come un pugno nello stomaco: è forte l’umiliazione del disinganno, qual è la “parte giusta” con cui lottare? Nel muro difensivo costruito contro suo padre si è aperta una breccia…

Non è un intento di revisionismo storico quello che anima Pierluigi Battista, giornalista e noto editorialista del “Corriere della Sera”, nel racconto del suo intenso e conflittuale rapporto con il padre. Il messaggio che con forza emerge dalle righe è tutto racchiuso nella frase più volte ribadita dall’autore: “Mio padre fascista erano due”, perché “nessuno è riducibile ad un’etichetta, nessuno ha una sola faccia, neanche un fascista”. Ogni individuo è più ricco delle etichette che gli si appiccicano addosso e dietro ogni persona ci sono storie ben più eloquenti del semplicismo che ci induce a conoscere l’altro attraverso le categorie. Raccontando del padre e insieme di sé, come dei due poli estremi di uno stesso pianeta, Battista invita il lettore a considerazioni sull’inconsistenza in cui si risolvono certe apparenti incolmabili contraddizioni: rosso e nero, garantismo e fascismo, antisionismo e antisemitismo, partigiani e repubblichini, patrioti e traditori. Rileggere la storia inforcando le lenti di Vittorio Battista non significa sostenere una controstoria, ma comprendere le ragioni e le narrazioni di chi ha combattuto sull’altro fronte, cercando un punto di osservazione diverso; perché no, quello carico di umana pietà de Il cuoco di Salò, “Quindicenni sbranati dalla primavera. Scarpe rotte che pure gli tocca di andare. Che qui si fa l'Italia e si muore. Dalla parte sbagliata”, suggestivi versi del cantautore De Gregori che ben accompagnano la stimolante lettura di un libro molto coinvolgente.



 

 

 

 
 
 
 

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