Mio padre la rivoluzione

Mio padre la rivoluzione

1940. Ramon Mercader, il sicario di Stalin, sbaglia il colpo. Lev Davidovic Trockij sopravvive. Viene colpito alla testa sì, ma la ferita non lo uccide. E così trascorre i suoi anni a studiare gli eventi dell’epoca, dal suo esilio messicano. Finchè non arriva il 1956, anno del XX congresso del Partito Comunista dell’Unione sovietica. Trockij preoccupato legge la copia del “New York Times” contenente il Rapporto segreto, ovvero il report della riunione teoricamente riservata ma in realtà filtrata al quotidiano americano, in cui Nikita Chruščëv denuncia per la prima volta il culto della personalità del defunto Stalin. Il vecchio Lev Davidovic ha modo di osservare a distanza il dipanarsi degli eventi, riflette, disseziona quanto accaduto, scrive “fogli di fogli di pensieri raschiati, censurati, da ripensare”, perché forse, effettivamente, “qualcosa negli ultimi mesi dell’anno cinquantasei non è andato come doveva?”… 22 novembre 1932, Berlino. Data e luogo sono quelli che Abraham Plotkin appunta nel suo diario. Plotkin, è un sindacalista, ebreo americano ma ucraino di nascita, di stanza a Berlino agli albori del nazismo. È in mezzo alla storia e riporta ciò che avviene nella capitale tedesca nelle sue pagine deliranti e intense, un diario che è una testimonianza dei giorni che precedettero l’ascesa hitleriana… 1970, cent’anni dalla nascita di Lenin. La ricorrenza vede l’Unione sovietica impegnata in una sequela di roboanti manifestazioni commemorative. A raccontarle c’è nientemeno che Gianni Rodari, in un reportage pubblicato in quattro puntate sul giornale “Paese Sera”. “Vado a vedere la casa dove è nato Lenin, dove è vissuto da bambino, la sua città, se questo mi può aiutare a capire meglio Lenin, l’Unione sovietica, il mio tempo, i russi, non lo so, vado a vedere, anche sulla Luna ci si va, primo di tutto, per vedere”, scrive… “A Kim e a tutti gli altri” è la dedica che si legge all’inizio de Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Il Kim del romanzo è Ivar Oddone, amico e coetaneo dello scrittore, che con lui fece la resistenza in Liguria. Studente di medicina, finita la Guerra intraprende la sua carriera diventando il precursore di quella che possiamo chiamare oggi medicina del lavoro. Imposta il suo percorso professionale mettendo l’ascolto al centro di tutto, va nelle fabbriche, raccoglie le testimonianze degli operai, analizza nel dettaglio le loro mansioni, i ritmi, gli equilibri, la fatica che provano… Il giovane Robert Zimmerman in una libreria di Hibbing scova i testi di Trockij, “percepisce dall’inchiostro un respiro, una volontà, un essere umano” e da tutto ciò intuisce e ne ricava “una grande canzone, una musica, un riff, un blues”…

Davide Orecchio aveva sete di risposte dalla storia. Avrebbe voluto vederli vivi tutti, da Trockij a Rosa Luxemburg, passando per Gianni Rodari e il partigiano Kim. Lo ammette lui stesso, quando, nel suo sito web, racconta la genesi di questa incredibile raccolta di racconti. “Non posso esaudire il desiderio assurdo di resurrezione. Allora ho scritto le storie di Mio padre la rivoluzione: almeno lì Trockij è vivo e parla e scrive e si arrabbia, ed è vivo Gianni Rodari che viaggia e sogna bambini, è vivo Victor Serge con le sue lettere e le sue denunce, è vivo Lenin col suo cranio enorme mitologico stupefacente”. L’operazione che compie questo singolare autore è complessa e ammirevole. Attraversa la storia riscrivendone alcune parti, cancellando cose avvenute e immaginando un andamento diverso, oppure rielaborando fatti accaduti realmente, dal viaggio di Rodari alla vita di Ivar Oddone, che scioglie il cuore di chi ha adorato Il sentiero dei nidi di ragno innamorandosi del partigiano Kim. Davide Orecchio sperimenta e fonde la fiction narrativa a un’accurata ricerca storica, dando origine a personaggi distopici come Iosif Adolf Vissarionovic, ovvero Stalin e Hitler in contemporanea, o facendo parlare e riparlare grandi protagonisti del secolo scorso, Rosa Luxembourg, Trockij, provando a incarnare il loro sguardo sul mondo. C’è “la rivoluzione” quindi ma c’è anche “mio padre” ovvero Alfredo Orecchio, fine intellettuale siciliano, come tanti coetanei avvinto dal fascismo rivoluzionario nella sua prima fase ma passato presto dall’altra parte della barricata con la Resistenza e nelle fila del PCI. Il mondo è un’arancia coi vermi dentro è proprio dedicato a lui, ricordando in particolare la sua opera principale, Febbre in Sicilia, un viaggio nell’isola durante l’ultima fase della Guerra, durante lo sbarco degli alleati. Mio padre la rivoluzione va saputo capire, metabolizzare, ma rappresenta sicuramente un unicum nel panorama letterario nostrano. Per ricerca, per originalità. Per lo stile, con echi classicheggianti e stilemi ellenici intarsiati da un linguaggio aulico e elaborato. Per la capacità di unire storia e letteratura, regalandoci visioni “altre” e nel contempo facendoci riscoprire il passato.



 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER