Mio padre votava Berlinguer

Mio padre votava Berlinguer
Trent’anni. Tanti sono passati dal giorno in cui Pino salutò il padre incrociandone lo sguardo l’ultima volta, nel cuore ancora l’immagine gli echi i gesti di mamma Evelina, che se n’era andata qualche settimana prima. Trent’anni. Tanti ne ha segnati il calendario. Ma non servono le coincidenze di tempi e luoghi per continuare a vivere accanto. Da quel giorno lontano, eppur così vicino, Pino continua a parlare al padre, per continuare un dialogo mai interrotto, o forse interrotto troppo in fretta, prima di poter regalare al genitore - lui, giovane inquieto - le soddisfazioni che   avrebbe voluto dargli, prima che il padre Sisto lo sapesse diventato “una brava persona” come desiderava. Prima che Pino sapesse dire fino in fondo il bene profondo, seppur travagliato dalle salite della vita e dalle incomprensioni, che aveva – serrato nel cuore - per lui. Eppure, da quel giorno Pino affida il suo cuore i suoi pensieri le sue emozioni alle parole che si addensano fitte d’inchiostro sulle pagine, scrive pagine e pagine che cominciano con “Caro papà”. Solo così, nella memoria che rimane viva, quel legame non sarà mai reciso, anzi, sarà vita che si rinnova ad ogni attimo. Un dialogo aperto con quel padre operaio–calzolaio, sordomuto, che votava Berlinguer prima che per una scelta ideologica soprattutto perché lo considerava “una brava persona” (perché con le “brave persone” bisognava stare),  e quel giudizio - di valori prima che politico - continua a premere sulla realtà rimasta,  sino ad oggi,  a porre interrogativi, a indicare una via…
Un uomo con le mani segnate da calli e cicatrici per la fatica del lavoro, lui che nelle sue vulnerabilità a quella fatica non si era mai sottratto, un buon padre, anche nelle sue fragilità di marito e genitore per la debolezza dell’alcol. A quel padre Pino Roveredo racconta e affida le sue cadute e le sue rinascite, le capriole in salita di una giovinezza che ha conosciuto gli eccessi dell’alcol e “la castrazione scura del carcere” - ancorché esperienza brevissima, l’inquietudine di tanti lavori. Ma anche la gioia dei figli, la forza profonda venuta dall’assistenza ai ragazzi di strada (un modo per salvare anche se stesso), l’esperienza catartica della scrittura e le sberle - questa volta dolci e potenti, quasi violente a scuotere la vita – dei primi successi letterari. Vie di una rinascita, che ha radici nel dolore di una sconfitta. Da queste intime confessioni nasce un racconto di vita pieno di forza e umanità, che è uno scorcio su decenni di storia in Italia e sui suoi cambiamenti (con un mondo operaio che sembra aver smarrito la solidarietà di un tempo), ma è anche e prima di tutto un dialogo intimo fra padre e figlio. Un padre che continua a rimanere un interlocutore e un riferimento, un padre a cui si vorrebbero regalare le soddisfazioni che non si è avuta l’occasione di dare. Ma anche, innanzitutto, semplicemente, un padre che si ama, e che insieme, nella fatica del cammino, si è imparato ad accogliere nella sua umanità. In quel padre, Pino riconosce quelle fragilità che sono diventate in parte le sue, che ne hanno segnato il destino. Ma gli inciampi e gli errori, oltre la cortina di una rabbia inquieta e nella maturazione degli anni, hanno insegnato a Roveredo a guardare dentro se stesso e gli altri, a riconoscere il dolore  che può celarsi dietro le cadute. E così, dietro  ragazzi consumati nella tossicodipendenza – che oggi segue -  riconosce “ragazzi che come te, come me, si sono ammalati di tristezza, e riparati nello sbaglio”. Dalla consapevolezza della propria nudità,  dalle proprie ferite è germogliato in Pino Roveredo il fiore della com-passione e uno sguardo lirico e sottile su tante vite vissute, senza mai proclami né mai facili sconti – per sé o per altri. Semplicemente, un’intelligenza del cuore. Ne nasce un diario intenso, di una tenerezza dei ricordi che non cade mai nel sentimentalismo, un abbraccio che sembra stringere non solo il padre ma anche mamma Evelina, i figli,  i fratelli, i ragazzi di strada, una folla di volti e storie che vengono dal passato ma che continuano a vivere nel cuore. Le tante “brave persone” che, anche nella loro vulnerabilità, il padre gli aveva insegnato a scrutare.

Leggi l'intervista a Pino Roveredo

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER