Missione Londra

Missione Londra
Varcata la soglia dell'ambasciata bulgara a Londra, Varadin Dimitrov, neoambasciatore promosso grazie a loschi intrugli di potere, assume l'espressione tipica del genitore che torna in anticipo dall'estenuante viaggio di lavoro e trova casa infestata dagli amici del figlio che gozzovigliano alla sua faccia e alle sue spalle. Polvere ovunque, gente che bivacca come bestiame al pascolo, funzionari che si trascinano con in mente tutto (strani contrabbandi compresi) tranne l'espletamento delle proprie funzioni lavorative, un sindaco che ha occupato i locali quasi fossero la naturale prosecuzione della propria abitazione. Come potrebbe lui, così devoto alla pulizia, così istintivamente fedele all'ordine materiale e morale, così attento che la “bulgaricità” nel mondo non resti incatenata ai lacci asfissianti del provincialismo che invece la fa da padrone tra i suoi neodipendenti, accettare tutto questo? No signore, ne va del suo onore... e dell'immagine della Bulgaria all'interno di una delle più maestose metropoli europee. Tra sosia di reali credute originali, oche rubate e sigari bulgari smerciati, cuochi bizzarri e gentaglia egoista, l'ossessionata e ossessionante ricerca della rispettabilità delle istituzioni balcaniche sarà un infinito rotolo di carta igienica irto di... fraintendimenti, gaffe, funambolici tentativi di salvare la  faccia e il posto di lavoro. Riuscirà l'eroico (e sovversivo!) portatore della minima civiltà necessaria allo svolgimento delle delicate mansioni burocratiche a completare la sua missione o sarà inghiottito dai caotici modi di fare del resto dell'ambasciata, della città e del mondo?...  
Frutto del periodo in cui lo stesso Alek Popov si è aggirato, da stagista, nei labirintici corridoi dell'ambasciata bulgara londinese e recentemente adattato per lo schermo (un successo che in patria ha superato gli incassi di “Avatar”!) Missione Londra più che testimonianza romanzata è necessaria urgenza comunicativa che si traveste da narrazione. Le considerazioni dell'autore a seguito dell'esperienza, per certi versi catartica, scaturiscono dal fragore dell'antica battaglia tra nazioni per la conquista di una precisa identità culturale, sociale, economico-politica che sia riconosciuta e rispettata dall'intera comunità internazionale. Analizzare le dubbie gesta di un manipolo di personaggi bulgari trapiantati nella Londra contemporanea, rinchiusi in un'ambasciata-microcosmo – porto franco in un oceano di tradizioni lontane e sconosciute ma al contempo anche un po' troppo prigione male arredata – diventa così lo stratagemma per inscenare il grottesco tentativo di mantenere (o forse trovare) la propria identità nazionale anche al di fuori del territorio natale. La ricerca è ancor più drammatica e fondamentale per i paesi dell'ex Unione Sovietica che, dopo il cataclisma sociopolitico del 1989, hanno conquistato nello stesso momento libertà e smarrimento: come si fa ad essere europei? E cosa vuol dire in realtà? È chiaro che l'ambiguità della domanda non può che generare misunderstanding nella risposta: c'è chi, come Varadin, si genuflette di fronte all'equazione Europa = civiltà, apertura mentale, scambio interculturale e chi invece, alla stregua dei polverosi collaboratori sempre a caccia di favori personali, considera il contatto politico ed economico con il resto del continente un ben folto ventaglio di possibilità da sfruttare a basso costo. Entrambe le posizioni sono fondamentaliste e univoche (e perciò, tra le righe, errate) e Popov non si tira indietro quando c'è da scrivere amaro e ammettere gli errori e i complessi tipici delle piccole nazioni nei confronti delle storiche democrazie europee che, rincorrendo rincorrendo, vedono solo svanire le illusioni della simbiosi o, peggio, della mimesi sottovalutando costantemente la difficile magia della reale integrazione. Popov affronta questo dramma (come chiamarlo, altrimenti?) con un piglio stilistico da realismo  paradossale che ricorda le più esilaranti pagine di Bulgakov ma anche qualche sguardo dei più amabili inetti di Checov e per mezzo di uno stile da reportage giornalistico che, prendendo le distanze dagli eventi, si fa forte della lucida freddezza della cronaca pura, arricchita con un pizzico di onniscienza funzionale allo svelamento delle bizzarre biografie dei vari personaggi, e ne descrive impietosamente le risibili condotte. Divertente, scalcinata, coraggiosa ma anche profondamente radica nella riflessione sul confronto tra culture nazionali, la missione di Popov, indipendentemente dall'esito di quella del suo protagonista, può dirsi felicemente compiuta.

Leggi l'intervista a Alek Popov

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