Mister Rochester

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Edward Fairfax Rochester - il cui nome suonerà familiare a molti lettori - trascorre la sua infanzia nella bucolica magione di Thornfield Hall. Orfano di madre, con la iattura di un padre assente e cinico, viene allevato dai domestici, che si prendono cura di lui dandogli il calore familiare di cui ha bisogno. Non vorrebbe mai separarsi da quel luogo accogliente, ma il padre dispone che venga rigidamente educato presso l’abitazione di un anziano precettore, il signor Lincoln, fissato con le guerre, che gli darà, partendo proprio dallo studio delle grandi battaglie, i primi rudimenti culturali. Edward condivide il peso della formazione e della lontananza dagli affetti con altri due coetanei: Carota e Tocco; familiarizzando al punto tale da sentire con loro un legame di fratellanza, senz’altro più forte e autentico di quello che lo lega al fratello maggiore, unico erede della fortuna familiare. La ricchezza lui dovrà sudarsela, nulla gli verrà elargito, eccetto l’opportunità di conquistarla, se ne sarà capace, attraverso una dura formazione. Edward, in balia delle decisioni paterne, sempre più solo e inquieto, non osa chiedere cosa abbia in serbo per il suo futuro, il dialogo tra i due si limita a poche missive in cui gli vengono comunicate, con un’avarizia emotiva prossima alla cattiveria, le sole disposizioni relative al sostentamento e alla sua istruzione. Dopo un periodo di apprendistato presso un commerciante, Mrs Wilson, che ne diventerà una guida affettuosa, il giovane Rochester, seppure adolescente, è già uomo fatto, sufficientemente edotto in materia contabile e con un forte senso del dovere, può salpare per la Giamaica e scoprire finalmente cosa gli riserverà il volere paterno; ma ha avuto poco spazio per la vita privata, non ha esperienza delle relazioni con l’altro sesso e questo lo farà scivolare nella trappola di un matrimonio combinato…

Mister Rochester è il romanzo d’esordio di Sarah Shoemaker, grande appassionata di Charlotte Brontë, al punto da resuscitare il protagonista del suo Jane Eyre per infondergli nuova vita. La storia, narrata in prima persona, costituisce infatti una sorta di prequel dello stesso Jane Eyre, ricostruendo in modo minuzioso l’esistenza di uno degli eroi romantici della letteratura ottocentesca più amati dal pubblico femminile. Il merito di questa autrice è senz’altro quello di aver immaginato una storia coerente con le informazioni fornite dalle Brontë nel suo romanzo, e di averle sapute incastrare, ambientare, sviluppare, creando una trama credibile, seppure non proprio avvincente, in cui emerge un ritratto introspettivo ben delineato di un personaggio tiranneggiato dagli obblighi filiali prima, etici poi, a scapito della propria felicità, schiacciato dal senso del dovere per gran parte della sua vita. Lo stile narrativo ben si intona alla storia e all’epoca di ambientazione, con l’unica pecca di risultare a volte monocorde, a causa della modalità evocativa del protagonista che indugia spesso in una lamentosa elencazione di eventi e circostanze; a parte alcune sequenze noiose, tuttavia, il romanzo scorre, senza accendere grandi entusiasmi, specie per chi ha letto Jane Eyre e conosce l’epilogo del personaggio. Una lettura dedicata ai cultori del genere, in definitiva, che decreteranno se il romanzo rappresenti un omaggio o un oltraggio all’opera della Brontë. Di certo si apprezza la fedeltà alla matrice narrativa e il coraggio dell’autrice per essersi esposta all’inevitabile confronto con un monumento letterario, assumendosi i rischi del caso. Non è da tutti misurarsi con un classico e uscirne, se non proprio vittoriosi, almeno indenni.

 


 

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