Mogador

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Patrik Elff atterra a Casablanca a tarda sera in un giorno imprecisato d’inverno e supera senza intoppi il lungo iter del controllo documenti. Sbalordito per la richiesta di passaporto da parte delle autorità di frontiera, lo trova nel taschino della giacca, dimenticato dall’ultima trasferta in America e si accorge di non essere giunto in Europa, ma in Marocco. Una vera fortuna quel ritrovamento, pensa tra sé e sé, un buon auspicio per un viaggio del quale conosce l’inizio ma non intravede la fine. Percorre gli spazi all’esterno dell’aeroporto e decide di prendere un autobus già carico di bagagli e di uomini, questi ultimi abbigliati con giacche malconce di finta pelle e berretti da baseball. Il viaggio è lungo e si snoda lungo la costa atlantica scandito da molte fermate davanti ad un mare grigio che di tanto in tanto, in ragione di lunghe ondate di spuma, sporca i finestrini. A Safi, salgono dei pescatori di sardine allegri e vocianti, diversi dagli altri passeggeri. Il biglietto di Patrik consente un’unica tappa: Mogador, anche se il suo detentore non conosce nulla della cittadina e soprattutto non intravede, al momento, alcuna possibilità di sopravvivenza laggiù. Sopraffatto dal freddo e dall’umidità, non riesce a pensare, ha freddo e un gran desiderio di lavarsi, alla partenza non si è rasato né pettinato. Scende dall’autobus con le gambe intorpidite barcollando impacciato sugli alti gradini. Soffia un vento gelido e Patrik si solleva immediatamente il bavero della giacca…

Lo scrittore tedesco Martin Mosebach, sceglie di intitolare con l’antico nome della città marocchina di Essauira il proprio romanzo e certamente la scelta deriva da una sorta di fascino che il luogo ha esercitato sull’autore al punto da porre il protagonista, in fuga, proprio all’interno dell’abitato della cittadina con accanto una donna misteriosa di nome Kadija. La copertina del libro, per questa via, smentisce il contenuto del libro in quanto riproduce una donna indiana anziché quella araba che è l’autentica co-protagonista dell’opera. Il termine scelto dall’autore per rappresentare il luogo che fa da sfondo alla narrazione è simbolico in quanto “Mogador” è il nome che i navigatori portoghesi, durante l’occupazione della costa atlantica del Nordafrica avvenuta attorno al 1500 circa attribuirono all’attuale cittadina di Essauira e deriva dall’essere il luogo di sepoltura di uno tra gli uomini santi dell’Islam, Sidi Mogdoul. Del pari, Kadija, è il nome della prima moglie del profeta Maometto e viene costantemente associata, nella tradizione di tutti i Paesi islamici, a donne di forte temperamento. Il porre a confronto Patrick Elff, bancario tedesco che sfugge al proprio destino e in certa misura anche ad un reato commesso in Europa, alla donna araba che vive di espedienti all’interno di una casbah, non sfocia tuttavia in un perfetto equilibrio narrativo nonostante la fine analisi psicologica di cui lo scrittore si dimostra capace. Difatti mentre le sequenze del libro dedicate alla fuga da una vita borghese e da un matrimonio asfittico sono eccellenti e rendono il percorso del protagonista un’autentica trasformazione interiore, le vicende legate alla donna ed al contesto narrativo “marocchino” e in certa misura “esotico” sono ancorate a degli stereotipi di stampo tradizionale che rendono immobili i personaggi e statiche le azioni. Definirei Mogador un buon libro e Mosebach un ottimo autore con la precisazione che, relativamente a questa opera l’ambientazione contemporanea utilissima ed appropriata ai personaggi occidentali non giova per nulla a quella parte di narrazione dedicata ai residenti nella cittadina da cui il romanzo prende il titolo. Questi ultimi, rappresentati con doti magiche o – come in un quadro di Ingrès – accovacciati sui tappeti a fumare, appaiono anacronistici e superati, distanti, in una parola, anche dall’ottimo narratore contemporaneo di lingua tedesca.

 


 

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