Mollo tutto e vado all’estero

Mollo tutto e vado all’estero

Chi, almeno una volta, non ha pensato di rivoluzionare la propria vita, abbandonando la routine cittadina o un lavoro stressante per trasferirsi in un paese capace di offrire maggiori stimoli e opportunità o in una località esotica, dove fa sempre caldo e dove aprire ‒ magari ‒ un chiosco sulla spiaggia? L’idea di dare un taglio ad una condizione esistenziale insoddisfacente può ingolosire. E non solo i neodiplomati o i neolaureati di belle speranze. Molti pensionati, ad esempio, dopo una vita trascorsa dietro una scrivania, una cattedra, un bancone o in una fabbrica, sentono di meritare qualche agio in più di quello previsto dalla nazione in cui si risiede, con i relativi ritmi, leggi, clima, sanità e norme fiscali. Ma, al di là degli sfoghi di un momento, del canto delle sirene, che ottunde sfogliando i cataloghi delle agenzie di viaggi, e delle descrizioni favolistiche che, di tanti luoghi della terra, fanno molti pavoni e linci che popolano il web, il trasferimento all’estero non deve essere un gesto di rottura improvviso. Non un “o la va, o la spacca”. La decisione di emigrare deve essere il risultato di una minuziosa pianificazione: l’unico strumento che permette di verificare l’attendibilità delle fonti, di considerare problemi concreti (come si trasferisce il denaro?), di evitare rischi (in quanti sanno che le Canarie hanno una situazione catastale disastrata?), demitizzare paradisi (e quanti che le case sulla spiaggia sono costosissime?), rivalutare inferni (e che la burocrazia della Costa Rica è più intricata di quella italiana?), arginare disastri…

Onestà: è la prima parola che viene in mente addentrandosi nella lettura del libro. Francesco Narmenni, fino a qualche anni fa giovane in carriera nel produttivo Nord Italia, ha realizzato il suo sogno di trasferirsi alle Canarie, dove la vita scorre lenta e dove può dedicarsi pienamente alla moglie, alla figlia e alle proprie passioni. Narmenni, insomma, è uno che ce l’ha fatta. Cercava una strada verso la felicità e l’ha trovata. Il libro, tuttavia, non parla di questo. Non è un vantarsi, né un invito a seguire il suo esempio, sebbene il titolo e il sottotitolo (Guida pratica per crearsi una vita migliore in un altro paese) sembrino comunicare il contrario. Narmenni, attraverso la propria esperienza e quella di chi, come lui, ha tentato l’impresa, offre un ampio e particolareggiato campionario delle difficoltà in cui può incappare chiunque decida di emigrare sull’onda in un impulso emotivo. E cioè senza un progetto preciso, una conoscenza dettagliata del paese prescelto e, soprattutto, senza un valido piano B, nel caso in cui la cosa non dovesse funzionare. Una possibilità non troppo remota, se si considera che la maggioranza rientra in patria prima dei tre anni. Cambiare Paese non significa mettersi in una condizione di perpetua vacanza, significa scontrarsi con leggi diverse da quelle a cui si è abituati, essere considerarti degli stranieri, ritrovarsi da soli in caso di malattia o pericolo, investire soldi anche se non si conosce nessuno e doversi, in molti casi, nutrire con cibi nuovi o, per lo meno, insoliti.“Andare all’estero è un processo talmente complicato che sarebbe meglio evitarlo”, afferma Narmenni. E con la stessa onestà invita gli espatriandi a guardarsi dentro, prima che fuori, poiché è lì che la causa della scontentezza potrebbe risiedere. E, se così fosse, l’appagamento e la serenità non le si potrebbero trovare neanche sull’ultimo dei satelliti di Giove.



 

 

 

 
 
 
 

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