Monogamitic

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Federico e Martina si conoscono giovanissimi ai tempi del liceo, lui frequenta l’ultimo anno e lei sta per finire il ginnasio. Federico è un tipo inquadrato, serio, impegnato tra occupazioni scolastiche e il suo ruolo di rappresentante di istituto; lei invece, originaria del nord Italia, ha l’aria sbarazzina e lo sguardo intelligente. L’amore sboccia in un baleno, il primogenito Mattia arriva quando Martina ha solo ventitré anni, comincia l’epoca del “pionierismo”, fatta di sacrifici, felicità semplici, un po’ di fatica di vivere ma anche di conquiste condivise. Già dieci anni dopo quando arriva Chiara, la loro secondogenita, la vita subisce una virata improvvisa. Federico, nonostante una situazione lavorativa più tranquilla, una bella casa, i due figli e la moglie affettuosa comincia a covare in sé una certa inquietudine. Il rapporto con Martina entra in crisi, nulla sembra più soddisfarlo, si sente infelice e viene risucchiato nel vortice incontrollato del web: Meetic, Badoo, Single in love, Lovepedia, Facebook, WhatsApp, tutto lo interessa in maniera morbosa, per ogni donna nutre un’attrazione incontenibile e ogni cosa precipita. Martina cerca di recuperare il rapporto con il marito ma dopo la morte della madre di Federico le cose si fanno, se possibile, ancora più complicate. L’uomo, ormai alla soglia della quarantina, incontra dopo ventiquattro anni una sua vecchia fiamma e instaura con lei una relazione clandestina fatta di innumerevoli incontri e di un sentimento che però esiste solo nella sua testa. Sono i giorni delle delusioni, della depressione, mentre quella spirale nera che lo avvolge sembra non spezzarsi mai fino al momento in cui Martina gli farà una inaspettata rivelazione…

 

 

Romanzo-verità, Monogamitic nasce dalla penna di Alvaro Péz, pseudonimo inventato per celare l’identità dell’autore italianissimo, vista la delicatezza e, per certi versi, la crudezza degli argomenti trattati. Chiaramente la storia di un uomo problematico, mai contento di quello che ha, animato da un perenne livore nei confronti dell’esistenza che gli è stata fornita in dote. Lui che da sempre coltiva aspirazioni a diventare il grande scrittore del romanzo italiano si ritrova invece a lavorare in un ufficio comunque decoroso ma che non gli offre le soddisfazioni sognate. La frustrazione genera mostri, Federico diventa in breve tempo l’antitesi del padre perfetto e del marito presente, nella sua cieca ribellione allo status quo familiare assistiamo a dei momenti di violenza cieca nei confronti di Martina, in un crescendo quasi paranoico che lo porta all’alienazione più totale. Le donne diventano la sua ossessione, c’è Sara, Valeria, ci sono gli innumerevoli personaggi che popolano le chat di incontri, il sesso lo imprigiona, l’equilibrio e le responsabilità si annullano. Partendo dal presupposto ‒ per alcuni tratti condivisibile ‒ che “l’uomo e la donna non sono fatti per essere monogami”, Federico si getta a capofitto in una corsa dissennata alla ricerca di effimere soddisfazioni sessuali, fregandosene della famiglia, della moglie, dei figli e di tutto quello che fino a quel momento era stata la sua unica ragione di vita. Ma Federico non è uno schizofrenico e nemmeno un bipolare, è semplicemente un uomo egoista, debole, un moderno Peter Pan perennemente impegnato a inseguire i propri sogni anche quando questi si rivelano di una leggerezza disarmante. La sua opinione sulle donne è fastidiosa e imbarazzante, “sono sempre riuscito a distinguere in esse il doppio risvolto della loro natura: il loro apparire quali esemplari civici, urbani, sociali e la loro dimensione di bestialità procreatrice”, il suo essere maschio predatore infastidisce il lettore e lo sconcerta. La monogamia, dimentica Péz, oltre che una sofferenza per alcuni “resa ancora più insopportabile dalla banalità e dalla ripetitività di una vita che per tutti in fondo è sempre uguale”, può essere decisamente una scelta per tanti altri che in quella vita continuano a trovare motivi di stupore e di meraviglia oltre che di amore. Le donne “bamboline” o “oggetto” che frequenta Federico rimangono ai nostri occhi un concetto arcaico e superato anche per uomini che si nutrono di un ego sconsiderato. Perché se è vero che il protagonista alla fine ritrova la via della ragione e chiede perdono, è pacifico che il suo percorso e la sua narrazione ‒ spesso ridondante e superflua ‒ generino più fastidio che comprensione. Forse era questo l’obiettivo del libro, mettere in guardia i propri simili dai rischi dell’abbrutimento a cui si può andare incontro perdendo di vista il valore delle “piccole cose”, ma l’impresa pare riuscita solo a metà. Trionfa ovunque la rabbia, l’aggressività, il risentimento mentre lo spazio per il ravvedimento occupa solo le ultime quattro pagine delle centottanta totali. Troppo poche persino perché l’ingenuo lettore se ne persuada, troppo poche perché l’immagine di un essere incapace di amare trovi l’unanime assoluzione della giuria o quantomeno le attenuanti del caso.



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