Montezuma airbag your pardon

Montezuma airbag your pardon
Bologna, 1999. Lui fa il vigilante in un grande magazzino. Una vita passata a pizzicare casalinghe, studenti e pensionati che cercano di rubare piccoli oggetti e poi inventano scuse pietose quando vengono scoperti, a desiderare ardentemente colleghe e clienti, ma soprattutto a sognare una vita diversa, la ricchezza, il lusso, quel qualcosa che nemmeno sai cos'è ma che sai con assoluta certezza che ti renderebbe felice. E intanto per il vigilante venuto dal profondo sud la rabbia monta, lievita... La moglie Barbara è una romana che con la scusa della gravidanza passa le giornate in vestaglia e con i bigodini, al telefono con la madre o davanti a qualche trasmissione televisiva demenziale. Il suo migliore amico, Ugo, ha un'officina, la moglie incinta anche lui e una passione per la velocità, le MS e le femmine formose che la danno via facile, prostitute o mature signore inquiete che siano. I colleghi? Qualche commessa bonazza senza tanto cervello come la Irma, quel fottuto romano scansafatiche e raccomandato di Palladini e una massa di grigie comparse che fanno il percorso della vita in ciabatte, strascicando i piedi stancamente. In questa monotonia angosciosa fanno irruzione una zingarella 14enne, Julia Mirkova, della quale il vigilante si invaghisce pazzamente, e visioni sempre più frequenti e terribili di un segreto che viene dal passato, un segreto mortale...
Cartoline dall'apocalisse. Cultura massificata, bisogni che sembrano imprescindibili e sono invece illusori, sacralità e dittatura del supermercato, estetica mutuata dal porno, solitudine, disamore, incomunicabilità, violenza, repressione, razzismo, qualunquismo becero, cuori sotto vuoto spinto: ecco le coordinate tra le quali rimbalza l'anonimo protagonista (anonimo non a caso, suppongo) del libro di Nino G. D'Attis, firma molto nota sul Web ma qui al suo esordio come romanziere. Montezuma airbag your pardon è romanzo peculiare sin dal titolo (forse un po' troppo strabordante), che allude a maledizioni che emergono dal passato e le sposa a neologismi modernisti per ottenere un effetto straniante. Effetto straniante che diventa lancinante dopo solo qualche pagina grazie (?!) a un letale mix di umorismo, cinismo, terrore e degrado, mediato alla grande dalla scrittura di D'Attis. Si ride, si ghigna, ci si incazza, si ha paura. Un twist emozionale che fosse durato di più (il libro è abbastanza breve) ci avremmo provato ancora più gusto. Ma forse chissà, ne avrebbero sofferto l'energia, l'inerzia, la forza. Albero genealogico? Aldo Nove, Bret Easton Ellis, Le Ore.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER