Morire per gli indios

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È una domenica sera, quel 12 settembre del 1909. Nel piccolo villaggio messicano di Anenecuilco è stata indetta una riunione di nascosto in quel giorno e in quell’ora insolita per eludere la sorveglianza dei capi delle “haciendas”. Sono presenti quasi ottanta uomini: padri di famiglia, scapoli e anziani. Il presidente del consiglio del villaggio è da tanti anni l’anziano e rispettato José Moreno, che però confessa di essere troppo stanco per continuare. “Viaggiare avanti e indietro fino a Cuernavaca, il capoluogo, e talvolta arrivare fino alla capitale, a Città del Messico, prendere accordi con gli avvocati, tener testa allo jefe político, il prefetto distrettuale di Cuautla, trattare con gli amministratori delle haciendas, con i capisquadra e con le guardie campestri” è ormai un lavoro troppo pesante per lui e quindi chiede all’assemblea di eleggere un nuovo presidente, più giovane e al passo coi tempi turbolenti che il Messico sta vivendo. La richiesta di Moreno in realtà non coglie di sorpresa nessuno, già da un po’ la voce circolava e ci sono già anche tre candidati: Modesto González, Bartolo Parral ed Emiliano Zapata. L’assemblea vota, vince con distacco Zapata. Ha appena compiuto trent’anni, alleva cavalli e fa il mezzadro, ha fama di essere coraggioso e onesto malgrado abbia avuto in gioventù i suoi sacrosanti guai con la polizia ed è uno degli attivisti più instancabili nella lotta per i diritti dei contadini e degli allevatori del Morelos, oppressi dal potere centrale. Attorno a lui viene creata una squadra tutta nuova (“gli anziani, i giudici, si ritiravano per far posto ai giovani, i guerrieri”), più adatta ad affrontare la grave crisi economica e politica in corso. Tutto è iniziato l’anno prima, quando il mitico presidente messicano Porfirio Díaz – al potere da circa trent’anni – ha concesso al celebre reporter americano James Creelman un’intervista (pubblicata negli Usa sul “Pearson’s Magazine” e in patria sul diffusissimo quotidiano filogovernativo “El Imparcial”) in cui rivelava che “intendeva ritirarsi definitivamente allo scadere del suo mandato presidenziale, e cioè nel 1910”, aggiungendo che “non avrebbe più accettato l’incarico nemmeno se i suoi amici lo avessero supplicato in ginocchio”. Questo ha gettato nel caos un ordine politico che sembrava immutabile, legittimando di fatto l’aggregazione di una serie di forze di opposizione. Già alle elezioni locali del 1909 in Morelos, Sinaloa, Yucatán e Coahuila si sono presentati partiti diversi da quello di governo: i funzionari statali stanno perdendo il controllo assoluto della politica locale. Fino a quel momento la nomina di un governatore funzionava in questo modo: il giorno delle elezioni il governo provvedeva affinché il candidato scelto dal presidente Díaz vincesse con il margine giudicato opportuno dalle autorità. Ma nel Morelos, dopo la morte nel dicembre 1908 dell’apprezzatissimo governatore Manuel Alarcón, per succedergli Díaz aveva scelto l’imbelle Pablo Escandón molti non avevano per niente voglia di accettare passivamente la scelta come avevano sempre fatto…

Uscito nel 1968 e arrivato in Italia – per Mondadori – nel 1973, torna sugli scaffali grazie a Odoya questo vero classico della storiografia contemporanea, spesso paragonato all’Omaggio alla Catalogna scritto da George Orwell in occasione della guerra civile spagnola per la sua potenza letteraria. Più di 450 pagine in cui John Womack Jr., ex Robert Woods Bliss Professor of Latin American History and Economics alla Harvard University e nonno del rapper Lil Peep, stila non solo e non tanto una accurata biografia di Emiliano Zapata, ma l’analisi documentatissima di un intero periodo della storia del Messico, tanto particolareggiata da essere quasi unanimemente ritenuta l’opera definitiva in merito. Il decennio dal 1909 al 1919 – il primo della Rivoluzione messicana – è stato caotico al punto da sfidare le capacità degli storici semplicemente di descriverlo compiutamente, figuriamoci di analizzarlo. Basti pensare che (utilizzando il più prudente dei criteri di conteggio elaborati) sulla poltrona di Presidente della nazione si alternarono ben sette uomini politici: Díaz, de la Barra, Madero, Huerta, Carbajal, Gutiérrez e Carranza. Il Messico uscì drasticamente cambiato da quegli anni, che ebbero una profonda influenza sulla politica americana e latinoamericana ma ciononostante hanno tradizionalmente poco spazio sui libri di Storia e nell’immaginario collettivo. Fu uno scontro durissimo tra braccianti e proprietari terrieri, tra cultura contadina e cultura industriale: Emiliano Zapata, giovane e coraggioso rivoluzionario, è la personificazione in un “ideale agrario” e la figura che catalizza la narrazione di Womack Jr., palesemente affascinato da lui ma non tanto da cadere nella trappola dell’agiografia e della mitopoiesi e sempre descritto anche nei suoi limiti e nei suoi errori. In fondo Zapata non è stato un eroe omerico, ma un allevatore nato e cresciuto in un remoto villaggio alla testa di una rivolta nata con obiettivi limitati e circoscritti come quelli delle persone che l’hanno animata, e descriverlo diversamente sarebbe stato fargli torto e utilizzarne la figura a fini meramente propagandistici.



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