Morte a San Siro

Morte a San Siro

I suoi occhi casualmente si posano sul “Corriere” appoggiato su una poltrona accanto al divano. Di colpo ritrova tutta la sua lucidità. Il quotidiano è aperto sulle pagine locali. Ciò che lo colpisce è una mezza colonna sulla destra, sotto il titolo “Eventi in città”: “Stasera, presso la Camera del Lavoro in corso di Porta Vittoria 43, sala Buozzi, alle ore 21 la FIOM presenta Enrico Berardi, direttore del magazine digitale “Left Now!”, che condurrà una discussione sul tema ‘Neo-liberismo e lotta di classe: l’Europa dei lavoratori contro l’Europa dei banchieri’. Ingresso libero.” Seguono dettagli sui partecipanti al dibattito, che Guido non ha mai sentito nominare. Tranne uno: Luca Casarin, l’ex leader degli antagonisti. Deve incontrarlo, quell’uomo. L’ultimo possibile testimone. Decide dunque che quella sera andrà all’evento. Nel frattempo viene lasciato libero alle quattro del pomeriggio, solo perché accusa un po’ di emicrania ed esprime il desiderio e la necessità di mezz’ora di sonno. Ormai con i vicini si dà del tu e marito e moglie, fermi sulla porta, il braccio di lui sulla spalla di lei, si prodigano in offerte d’aiuto. “Brava gente”, si dice, mentre gira la chiave nella serratura. Deve smetterla di stare rintanato come un orso. Nonostante l’abbuffata si sente leggero, nessun segnale del ginocchio sofferente. Il gatto dorme sopra il piumone nella stanza da letto. Guido lo prende in braccio e lo accarezza. “Ciao bello”, gli sussurra sorridendo. Il gatto socchiude gli occhi e fa le fusa…

Nel 1965 Guido Barbieri non è ancora, con ogni evidenza, un pensionato. Non è ancora nemmeno un professore di storia, naturalmente. Del resto è proprio un mondo diverso da quello di oggi. È diversa la politica. È diversa la società. È diversa Milano, splendida vera protagonista di questa storia, non semplice fondale. È una città operosa e operaia, industriale, piena di ciminiere dal fumo mefitico ma anche di piccoli di negozi di quartiere, di pasta comprata sfusa, di vuoti a rendere, risotto giallo, cotoletta e ossobuco. Non è fatta di vetro e acciaio, di giardini verticali, di apericene, di media invadenti, di uffici in cui si entra e ci si domanda che cosa vi facciano davvero lì tutte quelle persone che si agitano senza sosta nei loro vestiti dall’apparenza elegante, ma dalla sostanza di poliestere, sostenendo di lavorare in modo indefesso non perché siano stati in miniera ma perché hanno avuto in una sola giornata quattro brainstorming e due recruitment, producendo alla fine, anziché bulloni o palazzi, cirrocumuli di aria fritta. Guido nel 1965 è solo un ragazzo di diciott’anni, follemente innamorato di una fanciulla di diciassette che appartiene a una famiglia molto in vista nella società meneghina di quel tempo - descritto così bene dalla prosa di Bastasi, che sa muoversi con sapienza e perenne credibilità fra passato e presente - pur non facendo parte della nobiltà per schiatta, bensì dei nuovi aristocratici per censo spuntati come funghi col boom. La fanciulla amata si chiama Angela Pozzi. La fanciulla amata d’un tratto scompare. Per sempre. Almeno, per decenni. Finché la mitica, vecchia, abbandonata, “finzicontiniana”, diruta villa della ben strana e misteriosa famiglia dei Pozzi, in zona San Siro - non proprio il massimo dello chic - viene abbattuta, nonostante la strenua opposizione dei discendenti, per fare posto all’ipermercato di un magnate svizzero che ha acquistato il terreno. Khalid Buhar, macchinista, scava con la ruspa e trova resti umani. Guido è certo che sia Angela. Coinvolge Laura, la figlia, giornalista tv, che pensa solo al lavoro e non conosce né capisce il mondo in cui è cresciuto il padre. Ma poi c’è anche un altro delitto, ed entra in scena Daniele. Un commissario a cui Laura piace, e non solo per come lavora. Il caso è difficilissimo, ed è narrato in maniera eccellente: ci si tuffa nella storia e si cammina per mano con i protagonisti, attraverso una trama che cattura e con un ritmo a dir poco avvincente, in una città di cui sembra di respirare l’aria, accanto a persone che paiono di famiglia.



 

 

 
 
 
 

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