Moulin Rouge

Moulin Rouge

Henri è intento a fare per l’ennesima volta il ritratto di sua madre Adèle, che indulgente si toglie il grande capello di paglia scoprendo i morbidi capelli color rame, e si lascia immortalare sul foglio, provando una tenerezza infinita per quel figlio diletto ‒ da lei chiamato affettuosamente Rirì ‒ che le rischiara la vita. È ben cosciente che suo figlio non ha nessun talento artistico e non riesce proprio a capire da dove provenga tutta quella passione per il disegno che anima il cuore del ragazzo. La vita ad Albi, nel castello medioevale protetto agli angoli da torri massicce, è tranquilla, rilassante e metodica: passeggiate in carrozza, pasti semplici serviti nell’osservanza dei più rigidi canoni dell’etichetta da un maggiordomo in livrea, l’ascolto quotidiano delle storie del lontano avo Raymond IV, conte di Toulouse, che guidando i cristiani durante le crociate ha strappato ai saraceni la tomba del Salvatore. Quell’intimità tra madre e figlio è meravigliosa, ma non può durare per sempre: è giunto il tempo per Henri di trasferirsi a Parigi e andare a scuola, e di cominciare a capire che strada intraprendere. “E io non voglio andarci”, si lamenta con le lacrime agli occhi. La sua infanzia, lo sente, sta per finire, le sue soavi abitudini stanno per cambiare ma a Parigi c’è anche una novità emozionante: passerà del tempo con suo padre, il conte Alphonse de Toulouse-Lautrec. E poi Parigi è divertente, ci sono le giostre, gli spettacoli di marionette, mille cose da vedere e da fare. Con il conte non ci si annoia mai: tutto l’opposto di Adèle – una donna casa e chiesa ‒ Alphonse è dedito al divertimento e conduce suo figlio al circo, alle battute di caccia, nei locali alla moda, nei boulevard affollati, non perdendo mai occasione per ricordare a Henri la sua provenienza nobiliare. A scuola presso l’Istituto Fontanes, il ragazzo stringe una solida amicizia con Maurice, progettando di volta in volta con lui un futuro avventuroso, prima come corsari poi come cacciatori di orsi in Canada. Diventano addirittura “fratelli di sangue”, dopo un rito in cui due gocce del loro sangue (procurate graffiandosi i piedi con uno spillo) vengono mescolate, e accompagnate da un solenne giuramento: “Per la vita e per la morte”, recitato con grande palpitazione. Ma il futuro ha in serbo altro per Henri: una febbre che arriva e non vuole andare via, la fragilità delle sue gambe che si fratturano di continuo, la sua crescita che sembra arrestarsi improvvisamente; medicine inutili, innumerevoli peregrinazioni nelle stazioni termali. Anni di immobilità, di assenze da scuola, di perdita di ogni contatto sociale. Maurice dirada le sue lettere fino a smettere di scrivergli. Poi la febbre passa e la crescita riprende, ma per una crudele beffa del fato solo nella parte superiore del corpo: Henri ha le spalle larghe e pelose di un uomo, ma le gambe corte e tozze di un nano. Ed è in questa nuova condizione, ancorato alle sue grucce, che si appresta a varcare il confine tra l’adolescenza e il mondo adulto…

Scritto nel 1950 da Pierre La Mure (nato a Nizza nel 1909 e morto in California nel 1976) Moulin Rouge racconta la vita romanzata del pittore francese Henri de Toulouse–Lautrec. L’autore ne ripercorre l’infanzia felice circondato dall’amore costante di sua madre ‒ la quale cerca di educarlo secondo i valori cristiani – e quello altalenante di suo padre, più avvezzo ai valori terreni che a quelli spirituali; il periodo scolastico seguito da quello buio e solitario della sua malattia, in conseguenza – diranno i medici al suo capezzale ‒ di un grave squilibrio ghiandolare. Henri è miope, deforme, condannato alle fattezze di un nano: una bruttezza totale la sua, che stride tuttavia con la sua grazia interiore, con la sua educazione, delicatezza e bontà d’animo. Pregi che nonostante il suo male di vivere conserverà intatti fin quasi alla fine della sua giovane vita, quando l’alcol prenderà il sopravvento su ogni cosa. È la storia di una grande solitudine dunque, ma anche quella di una città incredibile e meravigliosamente descritta, Parigi, in cui assistiamo, tra le altre cose, alla nascita di due fra i simboli più famosi della ville lumière: la tour Eiffel, costruita da Alexandre Gustave Eiffel in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, e il Moulin Rouge, sorto nello stesso anno ad opera di Charles Zidler nel quartiere Pigalle, vicino Montmartre. Ed è proprio qui, nel cosiddetto quartiere bohémienne, che “tutto succede”. Qui gli artisti vivono, si incontrano, discutono e bestemmiano contro i critici, rei di non comprendere affatto la loro arte (non considerata come tale in quanto contraria alle regole accademiche impartite negli atelier), di distruggere i loro sogni e condannarli così alla miseria. Henri frequenta l’accademia, intesse amicizie (molti artisti famosi, simboli del movimento impressionista, incroceranno la sua strada, da Manet a Degas a Van Gogh); ritrova Maurice, il compagno onesto e affettuoso di un tempo, si innamora ‒ mai ricambiato ‒ di donne in prevalenza venali e grossolane che saranno la sua rovina, rinfacciandogli la sua bruttezza e spezzando quel cuore che non si è mai voluto rassegnare alla condanna di una vita senza amore. A Henri non manca certo il denaro, ma Montmartre è l’unico luogo in cui può vivere e trovare ispirazione per i suoi quadri e i suoi manifesti; è li che c’è la vita vera: gli ozi borghesi della campagna lo inorridiscono spingendolo alla riflessione, mentre è così terapeutico (o almeno ci si convince) saltare da un locale all’altro fino a tarda notte, offrire generosamente aragoste per cena ad uno stuolo di amici squattrinati, stupire indossando giacche confezionate col panno verde di un tavolo da biliardo, stordirsi col cognac al ritmo incalzante del can-can, tra odore di fumo e di make-up scadente, e le ampie gonne delle ballerine che si sollevano a mostrare le grazie. Montmartre e la sua patina scintillante di vacuo divertimento, che assordante sovrasta miseria, degrado, vizio, depravazione, disillusione; il luogo in cui Henri può comprare nei postriboli tutti i corpi che vuole, ma non le anime, perché quelle non le avrà mai. Intanto il successo arriva, ma non sarà abbastanza per colmare il grande vuoto. Nonostante l’età, Moulin Rouge parla un linguaggio fresco e moderno; i dialoghi sono agili, quasi “cinematografici” in un perfetto equilibrio tra voce e movimento; i personaggi – anche quelli più marginali – caratterizzati efficacemente con pochissimi tratti: basta un cappellino eccentrico, una frase esilarante, un atteggiamento particolare a renderli tutti quanti vivi e facilmente imprimibili. Triste l’epilogo, come del resto si può prevedere, reso forse in modo troppo melodrammatico ma non per questo meno commovente.



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