Mount Terminus

Mount Terminus
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Quando Jacob Rosembloom arriva nel sud della California all’inizio del ventesimo secolo, le colline di Hollywood non hanno ancora l’importanza iconografica che avranno nei decenni successivi. Lui è fuggito lì con suo figlio, noto semplicemente come Bloom, e vive in una villa dal sapore ispanico e isolata dal resto dell’umanità. La sua ricchezza è legata strettamente al suo grande genio tecnologico. Prima di Edison, infatti, ha concepito due invenzioni che ricordano i primi proiettori, quelli su cui verrà fondata l’industria cinematografica tanto cara a quella parte degli Stati Uniti. La vita all’interno del buen retiro creato dal ingegnoso milionario però non tutela i suoi abitanti, abituati a vivere in una vera e propria camera oscura separata dalla civiltà. Bloom passa le sue giornate a contemplare il deserto e a fantasticare su coloro che precedentemente hanno occupato quel luogo misterioso. La sua fantasia riempie gli spazi lasciati vuoti proprio come faranno successivamente squadre di sapienti operai sulle tavole di legno di un teatro di posa, trasformandoli una volta in una tenda araba o in un accampamento gitano o un freddo igloo. L’apparente monotonia viene spezzata da un’importante rivelazione, degna dei primi film in bianco nero: l’arrivo del produttore cinematografico Simon, quel fratello che Bloom non sapeva neanche di avere. Un uomo così diverso da lui per quel bagaglio di esperienze nella vita reale fatta di politici corrotti, teppisti, gangster, attori viziati e nascenti star. In una parola, Hollywood…

Mount Terminus è un libro imponente, impegnativo, che azzarda a volte una tensione narrativa non sempre facile da superare. L'eccessiva attenzione ai dettagli di David Grand e la scarsa presenza di dialoghi portano il lettore spesso ad impantanarsi in paragrafi che non fanno altro che rallentare e rendere quasi impossibile la fluidità della lettura. La prima parte del romanzo si attraversa con la stessa difficoltà con cui si affronta una tempesta di sabbia. Superate però le prime cento pagine ci si ritrova in sintonia con la storia e ben acclimatati si raggiunge con piacere il finale. La maestria dell'autore però risiede nella creazione di personaggi ben strutturati che si trovano a dividere un mondo non facile. Bloom è un personaggio quasi inerte che si ritrova suo malgrado ad avere un destino che gli assicura, invece, un’esistenza zeppa di eventi. Lui fa poco o niente per modificare ciò che lo circonda; spesso anzi si ha il dubbio che quasi non abbia intenzione di farlo. L’esilio nel deserto che gli ha imposto il padre non lo preserva però da una vita in cui l’inatteso, l’inaspettato, l’altro da sé la fa da padrone. Il suo doppio fattivo e realizzato, Simon, fa crollare le certezze e trasforma la sua esistenza in un'esperienza cinematografica, presente comunque nel dna familiare. Come riporta lo stesso editore, citando la “Sunday Book Review”, non sarebbe facile portare sullo schermo questo romanzo, forse principalmente per quel senso di leggera oppressione che infesta le pagine dall’inizio alla fine.



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