Mr. Bridge

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Kansas City, anni Trenta. Walter Bridge è un avvocato che, come molti uomini del suo tempo, trascorre più ore in ufficio che con la famiglia, uscendo molto presto la mattina e rincasando sempre più tardi la sera. Lo ritiene un giusto prezzo per garantire alla moglie India e ai loro tre figli il tenore di vita che meritano. Una bella casa, la domestica di colore Harriet, le più appropriate frequentazioni sociali. India è una moglie devota di cui è sinceramente innamorato, anche se a volte lui fatica a capirla. Anche se a volte vorrebbe non partecipare a certe feste, soprattutto quelle in maschera o quelle dove tra gli invitati si annoverano ebrei, neri o socialisti. A volte, inoltre, vorrebbe che i suoi figli fossero più responsabili. Che Ruth non partisse per New York a inseguire velleità da attrice, che Carolyn fosse più altruista, che Douglas si comportasse più da uomo di casa. Mr. Bridge è ben cosciente di non essere eterno, che un giorno non ci sarà più e la sua famiglia dovrà badare a se stessa. Sul piano economico ha già sistemato tutto, garantendo a ciascuno una fetta di titoli obbligazionari saggiamente impegnati. Sul piano morale e familiare, cerca di trarre e trasmettere i giusti insegnamenti a partire dai piccoli avvenimenti di ogni giorno...

Questo che leggiamo è un romanzo gemello. L’autore Evan S. Connell pubblicò il suo romanzo d’esordio Mrs Bridge nel 1959, per regalargli un “romanzo gemello” nove anni dopo (questo pubblicato da Einaudi), che affronta gli eventi dal punto di vista del consorte. I libri sono scritti entrambi in prima persona, hanno la stessa struttura e raccontano gli stessi fatti. L’intreccio si compone di piccoli racconti, talvolta lunghi una o due pagine appena. Ritraggono una tipica famiglia WASP dell’anteguerra, che ci apre le porte del suo salotto e ci intrattiene con aneddoti, come fossimo degli ospiti in visita per un tè, tenendo la narrazione sempre un passetto indietro ai confini del pudore. Non vi è nulla di epico nelle loro vite, se non la quotidianità che attraversa tutti noi, ed è questo che rende la lettura una passeggiata così gradevole, anche se pochi e poche di noi vorrebbero un Mr. Bridge come marito o come padre. I suoi commenti garbatamente sprezzanti sulle minoranze (donne comprese) non indignano, ma anzi sono figli del loro tempo, così come l’acquisto sfrenato di argenteria e la donna di servizio con la sua camera e il suo bagno. Mr. Bridge ci immerge con disincanto in un mondo ormai estinto, di cui non avvertiamo nostalgia ma che al tempo stesso non smette di affascinarci.



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