Musica eterna

1973. La famiglia Perry si trasferisce da Londra ad Auckland, Nuova Zelanda. Per il quattordicenne Brendan è come sbarcare su un altro pianeta. Suona la chitarra con gli amici maori, ha una passione per il rock e lo diverte sentirlo contaminare con il caratteristico ritmo polinesiano, “jingajik a jingajik”. Lisa Gerrard è più giovane di Brendan di due anni e vive a Melbourne in una famiglia fiera delle sue origini irlandesi. È cresciuta nel quartiere multietnico di Prahran, dove “la musica mediterranea veniva sparata a tutto volume fuori dalle case”. Brendan milita in diversi gruppi punk, ma non perde il gusto per la musica tribale; Lisa si dedica al canto classico, è attratta dall’estetica dark e ama la musica etnica e d’avanguardia. Quando i due si incontrano, a Melbourne nel 1980, scocca una scintilla non solo sentimentale: hanno interessi musicali in comune e soprattutto la voglia di andare oltre i confini dei generi e delle mode. “Arrivavamo da due percorsi musicali totalmente diversi ed è capitato di incontrarsi al crocevia dove i nostri interessi si potevano sovrapporre”, ha raccontato Perry una volta in un’intervista. “Il mio background era punk e Lisa si muoveva in territori più affini a un sinistro cabaret. (…) Un giorno, prima ancora che ce ne rendessimo conto, lei era parte della band”. È l’agosto del 1981. Nascono gli oscuri Dead Can Dance, un progetto che per decollare però ha bisogno di un terreno più fertile di quello australiano, troppo periferico anche discograficamente parlando. Nel 1982 Brendan e Lisa si trasferiscono, con la valigia piena di sogni e di canzoni visionarie e darkeggianti (“un mix di Joy Division e world music”, le definì il batterista Peter Ulrich), a Londra…

Christian Amadeo, giornalista musicale esperto e apprezzato, con all’attivo collaborazioni con le riviste specializzate “Tuttifrutti”, “Rockstar” e “Rockit”, i quotidiani “La Stampa” e “Il Giorno” e altre testate, celebra con questo libro appassionato e puntuale la carriera ultratrentennale dei Dead Can Dance di Brendan Perry e Lisa Gerrard. Un saggio informativo questo, certo, ma anche e soprattutto un viaggio della memoria condotto a livello emozionale, con lo spirito del ringraziamento – come spiega Amadeo nella sua introduzione – per una band che lo ha accompagnato nell’adolescenza, che è stata presente nella sua crescita, che è al suo fianco ancora oggi. Ragioni del cuore a parte, si tratta di un libro importante: “Non è una biografia ufficiale, i due pilastri dei DCD non le hanno mai autorizzate. Ma questo è il primo racconto approfondito della loro storia. Non ne sono mai stati pubblicati altri”, precisa l’autore. In Musica eterna si ripercorrono le vicende della band – con i cambi di formazione, l’evoluzione musicale, le infinite collaborazioni –, vengono analizzati e recensiti gli album pubblicati compresi quelli solisti, si raccontano concerti (preziosa in tal senso la parte iconografica del volume, con numerose fotografie a colori quasi tutte scattate durante live show) e si dà la parola allo storico batterista-percussionista della band, il già citato Peter Ulrich, in una bella intervista. Pur con qualche sconfinamento di troppo nella retorica e persino nella mistica, un documento essenziale per chiunque ammiri (o ami) la musica e l’arte dei Dead Can Dance.



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