My Lives

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Un rapporto con la psicanalisi che inizia durante l’infanzia (la madre psicologa lo usa addirittura come cavia per dei test Rorschach salvo poi sorvolare sugli inquietanti risultati ottenuti, la sua scoperta dell’omosessualità con esperienze sempre più compulsive e borderline viene affrontata prima da uno psichiatra freudiano di Evanston che lo bolla come “irrecuperabile” poi da una psicanalista amica di famiglia e infine dal bizzarro dott. Moloney, una sorta di gnomo hippy che basa tutto sulla teoria della “madre introiettata”) ma prosegue per tutta la vita; un padre fumatore appassionato di sigari cubani amante della solitudine e drammaticamente irascibile; una madre abbandonata dal suo uomo che vive nel rimpianto, ossessionata dal nascondere i suoi fianchi grassi in un corsetto stretto come una camicia di forza; le prime paghette da diciassettenne spese quasi tutte per giovani prostituti del Kentucky che puzzano di birra e Camel. E poi il rapporto con le donne (“Quelle che piagnucolano e bevono, quelle con gli occhi grandi e severi, quelle silenziose e quelle che si lamentano, quelle violente e depresse: da sempre sono circondato da una tribù di donne infelici”), la passione per l’Europa e gli europei (“Tesoro, noi siamo dei gran succhiatori, ma per loro quello non si chiama nemmeno sesso. Loro vanno fino in fondo: sono culoamatori”), gli anni passati a Parigi, Londra e Roma, gli amori, il rapporto con Jean Genet...

Per la sua autobiografia, racconto di un’esistenza inquieta ma ricchissima dal punto di vista umano prima che culturale, il nume tutelare della Letteratura gay americana (anche se in fondo possiamo considerarlo europeo d’adozione) Edmund White sceglie di procedere non cronologicamente, ma tematicamente (Mio padre, Mia madre, Le mie marchette, I miei amici, etc etc). Questo consente senza dubbio di focalizzare meglio alcuni aspetti, che a quanto pare lo scrittore ha giudicato più importanti di altri nella sua formazione o più degni di essere raccontati, anche se ovviamente dona alla biografia un’andatura sghemba, asimettrica. Indicativo per esempio come – lo fa notare anche Laura Miller sul “New York Times” – al compagno di tanti anni siano dedicati relativamente pochi passaggi (e quasi tutti poco piacevoli), mentre in pratica un capitolo intero viene consacrato - sì, è il termine giusto trattandosi di un rapporto che ha molti ingredienti mutuati dall’immaginario BDSM - a uno dei più recenti amanti di White. Squilibri narrativi a parte, il talento esplosivo dello scrittore di Cincinnati nel rendere avvincente e affascinante qualsiasi cosa descriva qui è esercitato senza pietà, e le pagine sull’infanzia o sulla madre raggiungono vette quasi dolorose di bellezza e tristezza. C’è ironia, c’è amarezza, ci sono i rimpianti - e del resto chi può fare a mano di rimpianti quando guarda indietro agli anni fuggiti via, alle scelte fatte, agli errori commessi e quelli purtroppo evitati? - ma soprattutto c’è la scintillante sorpresa che ti coglie quando chi sa vedere dove tu non riesci a vedere ti mostra sotto una luce diversa le cose della vita. Anche quelle sgradevoli, anche quelle che fanno arricciare il naso a qualcuno.



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